IL FIGLIOL PRODIGO E IL PROGETTARE

Un’icona evangelica che conoscono tutti. Un senso nuovo di una scena… bestiale! Un liberare il “progettare” dai luoghi comuni che lo impoveriscono.

UNA PARABOLA SUL PERCHÉ DEL PROGETTARE

Il figliol prodigo e il  progettare? Ma siamo sicuri? Ma non c’entrava la misericordia?
La parabola del figliol prodigio è un best-seller dei racconti che praticamente conoscono tutti. O quasi. Dato che però l’articolo è rivolto a tutti, credenti e non, e visto che ci servono dei passaggi precisi la riporto qui:

Disse ancora: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: «Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta». Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: «Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio. Trattami come uno dei tuoi salariati». Si alzò e tornò da suo padre.
Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: «Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». Ma il padre disse ai servi: «Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato». E cominciarono a far festa.

La parabola continua poi con l’invidia del fratello maggiore, ma questo esula dal nostro argomento. Stiamo parlando del progettare, e anche se questo brano è inserito nel capitolo 15 del vangelo di Luca, il capitolo della misericordia, contiene qualcosa di meraviglioso che ci aiuta a capire perché dovremmo progettare.

Progettare e non progettare

Il figlio giovane vive due grandi decisioni: lasciare la casa del padre e tornare alla casa del padre. Luca è  un autore attento, molto preciso sui particolari, quindi la descrizione delle due azioni ci dice molto.
Nel primo caso il ritmo è veloce, c’è un incalzare di azioni, ma senza analisi riflessioni. Si legge l’impazienza del figlio che vuole fare senza progettare.
Nel secondo caso invece un verbo bellissimo apre l’azione progettuale: “ritornò in sé” che ha sostituito recentemente il “rientrò in se stess”. Il senso è uguale. Una prima azione è fermare il vortice delle azioni per andare a riscoprire il perché di quello che facciamo. Poi segue un’analisi della situazione: Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Se ci fate caso è un principio di analisi SWOT. Ci sono i punti di debolezza e le opportunità!
Poi troviamo l’obiettivo (diventare un salariato di suo padre) e la scansione delle azioni (alzarsi – andare – ammettere le colpe – chiedere il posto).
Quindi nel primo caso il non progettare porta alla rovina, mentre nel secondo caso porta alla realizzazione.
Già solo per questo capiamo cosa cosa hanno in comune il figliol prodigo e il progettare.

Il figliol prodigo e il progettare… tutto giusto?

Dobbiamo ragionare un attimo sul progetto del figlio. Il suo progetto è fatto bene, segue la linea giusta. Tuttavia la visione sulla vita è tanto sbagliato quanto la prima volta. Capiamoci. La prima volta non è un giovane viziato, ma semplicemente un giovane che vuole fare e che applica una legge prevista dal mondo ebraico di allora: l’anticipo di eredità. Anche la vita dissoluta è da comprendere bene, non è detto che abbia sperperato tutto in bolgie di malaffare. Semplicemente può non aver applicato la dimensione progettuale alla sua vita, quindi vivendo solo sull’immediato, senza un oltre, ha sprecato tutto.

Quello che conta è che in entrambi i casi non coglie la figura del padre. Nel primo caso se ne vuole staccare, nel secondo caso gli toglie la sua stessa paternità. Per i cristiani il centro è ovviamente il rapporto con il padre, quindi anche

Perciò dobbiamo dirlo chiaramente il progettare in sé, non porta all’automatica realizzazione.

Ma allora perché progettare?

Ecco il punto è proprio questo. Serve progettare? Si. Ma a cosa? A realizzarci come persone, più che a realizzare qualcosa. Noi non progettiamo perché si realizzi quello che progettiamo. Certo lo vogliamo, lo desideriamo, ma la vita è sempre più grande dei nostri progetti. Noi progettiamo perché è il nostro modo di rispondere alla vita, portando il nostro essere noi stessi dentro il mondo, mettendoci la faccia perché ci sia un cambiamento. Non sempre va come vorremmo, a volte non va proprio, a volte va oltre. Ma quello che conta è che quando progettiamo, progettiamo veramente, siamo in una dimensione in cui cogliamo la vita al meglio. E così se dopo aver progettato, la vita ci sorprende, riprogettiamo per rispondere alla vita. Perché se il figlio sbaglia il focus del progetto in entrambi i casi, è solo quando progetta veramente che trova il vero scopo della sua vita.

Il figliol prodigo e il progettare: la progettazione pastorale

La progettazione pastorale non è perciò pensare che noi ci mettiamo sopra Dio, ma che noi partecipiamo all’attuazione della sua volontà. In più la progettazione pastorale è sempre una progettazione condivisa, un modo corale di discernere insieme. Questo è il bello della sinodalità. Tuttavia, una volta pensato un bellissimo progetto, non dobbiamo esserne gelosi, non dobbiamo farne un idolo. Un cristiano sa che Dio è ancora più grande della vita, quindi è sempre pronto a rivedere i progetti, ma non andando alla giornata, semplicemente riprogettando e riprogettando insieme.
Perché quello che conta è progettare insieme, il progetto ci serve perché altrimenti il progettare sarebbe monco, ma ciò che davvero vale è il processo. Se ci fai caso noi stiamo parlando del rapporto tra il figliol prodigo e il progettare, non tra il figliol prodigo e i suoi progetti.
Per questo motivo abbiamo creato Projectus, per questo motivo andiamo in giro a formare alla progettazione condivisa, perché è un modo bellissimo di essere più umani (e anche più divini) ed è un bellissimo modo di costruire comunità, al di là dei successi e degli insuccessi.

GG Cotichella