LA PRIGIONE DELL’IO

Gli ultimi fatti di cronaca mettono in discussione il nostro operato come docenti, educatori e formatori. Una conversione culturale è ancora possibile?

NON VEDO, NON SENTO E NON PARLO. LA RINUNCIA ALLA SOCIALIZZAZIONE DEL NOSTRO SENTIRE

La fatica del lunedì 

Era lunedì mattina e trovare un modo per iniziare la lezione di religione questa volta era difficile. Non perché era lunedì, che già di suo a volte sembra un’impresa, ma perché la notizia della sera prima era del ritrovamento del corpo di Giulia Cecchettin in un dirupo e dell’arresto di Filippo Turetta in un autogrill in Germania.

Questa volta, però, i ragazzi erano prontissimi. Con le mani alzate, appena sono entrato, ripetevano “Prof ho io l’argomento per oggi, io ho la notizia di cui parlare oggi”, perché questo facciamo sempre per i primi 15 minuti di ogni ora di IRC.  L’adolescenza è il momento in cui l’io è l’unica creatura vivente da nutrire in questo universo, perché la mente umana si perde nel labirinto dei pensieri e nella prigione paure, si pensa sempre di essere soli al mondo, i più sfortunati, con mille problemi da risolvere. E’ dura pensare che attorno esista un mondo, più grande e più complesso di ciò che si muove dentro la nostra “pancia”.

A caccia di notizie

E’ per questo che per 15 min ho cercato di ascoltare ciò che mi riferivano di aver appreso sui fatti di cronaca delle ultime ore. La principale fonte di informazione, per gran parte degli adolescenti, sono proprio i social. Le notizie sono vere nella misura in cui sono presenti nei feed, nelle bacheche e homepage social.

Se il Papa fa un intero sinodo mettendo la Chiesa nel cammino di un grande rinnovamento coinvolgendo i cinque continenti su riflessioni profondissime, ma non lo passa tik-tok, allora non è vero, anzi, non è proprio successo. Possono esserci mutamenti climatici, cambi di governo, violazioni di diritti umani, guerre, oppure annunci di importantissime svolte positive nella politica e nella società, ma se non è apparso sui social, allora non è accaduto.

Questa notizia, però, era passata in abbondanza, anche se sarà sempre troppo poco. Di fatto l’aula si era letteralmente trasformata, i volti erano pieni di compassione, accesi di interesse e quindi avevo capito che sarebbe stato proprio un lunedì diverso nella storia della scuola.

Tornare a narrare per narrarsi

Hanno raccontato con ogni particolare tutto quello che hanno visto e sentito per ore sui social. La voce di qualcuno era stupita. Quella di qualcun’altro indignata. Ad un certo punto la mia domanda è stata tagliente. Non mi interessava più la cronaca, ma ciò che loro pensavano. Ciò che avevo sentito dentro quella storia.

“Io penso che Filippo poteva essere più furbo e nascondere meglio il cadavere, così non lo avrebbero trovato così presto”. Mi sono seduto. Ho avuto bisogno per un attimo di capire se quello che sentivo era vero oppure era solo il frastuono che veniva da una finestra mal chiusa. Ho preso fiato e mi ci è voluto un bel po’ per intervenire, mentre in classe era calato il più orribile dei silenzi.

Non penso che ci potesse essere un affermazione più oscena e maldestra di questa.

Ho fissato intensamente questo ragazzo per il resto dell’ora. Per lunghi minuti mi sono solo chiesto quanta paura potesse esserci in lui per portarlo a dire in modo così ingenuo quella frase.

Un urlo soffocato dal gelo

Non so che cosa serva per cambiare questo sistema malato fin nella radice. Ho capito però che per anni nelle nostre aule abbiamo parlato continuamente alla testa dei ragazzi che avevamo davanti, qualche volta alla loro volontà, ma mai, o troppe poche volte alla loro parte più intima e profonda. Vivono imprigionati nelle loro celle di ghiaccio, in un orribile congelamento delle emozioni. Impassibili, perché forse inermi e spaventatissimi per ciò che non saprebbero gestire. Uscendo dalla classe mi sono solo chiesto quante volte i miei alunni, si erano dati il permesso di piangere, di ridere, di dire che stavano male. Ho pensato ad adulti che per anni interi hanno mostrato solo il parossismo delle emozioni. “Siamo figli del vuoto, condizione e frutto del dominante individualismo” (mons. Zuppi, Relazione introduttiva all’assemblea straordinari della CEI, 13 novembre 2023).  Forse però i nostri ragazzi sono più orfani che figli. 

Analfabetismo emotivo

Sono certo che il mio studente non abbia detto quella frase per superficialità o perché voleva che Filippo Turetta la facesse franca, bensì perché questo parlare da tecnici e giornalisti ci mette al riparo dalle e-mozioni quelle vere, quelle che smuovono, quelle che raramente trovano spazio in classe, dove per piangere bisogna uscire dalla porta o per ridere bisogna nascondersi dietro ai quaderni e per indignarsi bisogna solo fissare il vuoto in silenzio. Forse abbiamo parlato troppo alla testa. Siamo stati insegnanti e padri analfabeti proprio nelle emozioni.

Una lettera a cuore aperto

“Cari padri, il cambiamento nella vita dei nostri figli maschi può avvenire a partire da noi. Siamo figli di padri che ci hanno amati e cresciuti, ma che quasi mai sono riusciti a dirci: “Ti voglio bene, figlio mio”. Siamo figli di padri che quasi mai sono stati capaci di vedere le nostre lacrime, anche quando era impossibile non farlo. Siamo figli di uomini che non hanno quasi mai saputo parlarci del sesso, dell’amore, del corpo che cambia, della pubertà. Eppure questi temi sono di importanza cruciale nella vita di un ragazzo.
Noi padri siamo i compagni di viaggio che stanno davanti, di fianco e dietro a un figlio che a sua volta diventerà uomo. Nel vivergli accanto possiamo mostrargli cosa vuol dire per noi uomini essere persone vere. Possiamo aiutarlo a non temere la tristezza e a trasformare la paura in coraggio. Possiamo educarlo a tenere alto lo sguardo sugli altri e sulla vita facendo del nostro sguardo uno specchio in cui lui stesso può riflettersi per cercare quell’immagine identitaria che ancora gli appare sfocata e poco definita, così come deve essere alla sua età”. (cfr. “Ragazzo mio. Lettera agli uomini veri di domani” di A.Pellai, De Agostini ed.).

Ritornare da loro

Tornerò in classe domani. Ora ancor di più so che il mio compito sarà quello di e-mozionare. Muovere fin nel profondo quelle radici di bene che nessun orribile evento tragico può seppellire, perché se c’è una speranza nel domani è proprio in questi adolescenti. Oggi, ancora più di ieri, abbraccerò la sfida di educare a gestire le emozioni, la frustrazione, l’abbandono e il fallimento. Cercherò di aiutare i ragazzi ad evidenziare limiti e potenzialità con cui lottano ogni giorno e sottolineerò con forza l’importanza di non identificarsi esclusivamente con quello che sentono, perché l’essere umano è un sinolo complesso fatto di corpo, psiche e anima. Solo riconoscendo la complessità che ci abita sapremo imparare ad amare ed amarci fino in fondo.

Emanuele Bertolazzi

Foto di Elyas Pasban su Unsplash