In questo articolo, Emanuele Bortolazzi mette in guardia la comunità ecclesiale riguardo il rischio di trasformare la preghiera in un alibi spiritualista per fuggire dalla storia. Attraverso i richiami di Papa Francesco e il modello di Divino Rinnovamento, il testo traccia una via coraggiosa per passare dal semplice mantenimento alla missione, dove la spiritualità autentica si verifica nella fatica delle relazioni e nella concretezza delle scelte pastorali.
La tentazione del disimpegno spirituale
Mi sono chiesto se pregare sia sufficiente per cambiare una comunità: “prega e vedrai che le cose cambieranno!” uno slogan che ultimamente si sente spesso negli ambienti parrocchiali o associazioni. Diciamo che se non ci avesse preceduto la Rai con Azzurra, l’affermazione “Che Dio ci aiuti” potrebbe essere scritta sulle porte d’ingresso degli oratori…
Credo moltissimo alla Provvidenza che custodisce i sentieri di ogni cuore, e sono altrettanto certo che la Chiesa è nelle mani di Dio e non solamente in quella degli uomini; senza alcun dubbio senza preghiera non si sta in piedi. La preghiera è il respiro dell’anima e l’anima di una comunità che respira. Ma è sufficiente per cambiare una comunità? Il famoso detto: “prega e vedrai che le cose cambieranno!” non rischia, talvolta, di nascondere un pelagianesimo e un individualismo menzogneri? C’è il tentativo di smarcarsi dalla fatica delle relazioni, dalla fatica di mettersi in gioco, dalla presunzione che le nostre verità siano sempre quelle giuste; c’è il rischio di chiudersi in sé stessi, decidendo chi tenere dentro il recinto e chi, invece, lasciare fuori. Il rinnovamento di una comunità può fare a meno di un percorso di progettazione, di una visione spirituale e concreta insieme, di un piano economico, di un umanesimo affettivamente risolto?
La trappola dello Gnosticismo
Papa Francesco parlava di “gnosticismo spiritualista”: credere cioè che la salvezza sia un’illuminazione interiore che ci solleva dal peso della storia. Al contrario, la preghiera autentica è “inquieta”, spinge verso l’altro, non chiude nel cenacolo. Il motto benedettino che ha attraversato e costruito l’Europa si basa su una sintesi molto faticosa per noi contemporanei: Ora et Labora. Il lavoro e la preghiera venivano inseriti all’interno di una circolarità feconda: il lavoro non è un’aggiunta alla preghiera ma la sua verifica. Nel paradosso della cooperazione alla Grazia, sant’Ignazio affermava “Agisci come se tutto dipendesse da te, sapendo che in realtà tutto dipende da Dio”.
Le situazioni pastorali, economiche, soprattutto le attuali domande sull’evangelizzazione, non lasciano indifferenti le comunità parrocchiali che quotidianamente si trovano a doversi confrontare con la scristianizzazione, l’abbandono o addirittura strumentalizzazione dei sacramenti e soprattutto con un assenteismo sempre più evidente. Forse in questo senso la preghiera dovrebbe renderci più capaci di ascoltare, piuttosto che semplicemente più convinti delle nostre idee. La Scrittura dice che la preghiera arriva a commuovere il cuore di Dio. Il problema però è che talvolta non riesce a cambiare i nostri cuori, il nostro modo di vedere le cose. Certamente i santi della storia della chiesa ci mostrano come la preghiera sia il luogo della relazione con Dio, non un rifugio per nascondersi.
La fatica della complessità
Per sbloccare questa inerzia, James Mallon (in”Divino Rinnovamento”) suggerisce di passare dal mantenimento (“si è sempre fatto così”) alla missione, usando strumenti gestionali e di leadership. Siamo in un tempo in cui la complessità non può più essere risolta con le polarizzazioni. Cercare le sintesi è particolarmente faticoso perché spesso significa muovere passi su sentieri sconosciuti e, in qualche modo, sbilanciarsi.
Forse per cambiare una comunità sono necessarie molte cose: da una profonda preghiera fino ad una scelta più consapevole degli investimenti economici. Ha senso investire nei restauri di strutture che rimangono vuote o dovremmo prestare più attenzione alle persone e al loro bisogno di formazione? Si potrebbe pensare a una revisione degli orari delle messe (per esempio, la messa per le famiglie non potrebbe essere alle 11.00 la domenica?), a un’accoglienza della diversità e della marginalità che non sia unicamente strategia, urgenza o pietismo.
Il cambiamento di una comunità ha molti volti, molte teste e soprattutto molti cuori.
Foto di Milada Vigerova su Unsplash
