In questo articolo Anna Desanso descrive come l’albo illustrato, scoperto grazie alla figlia, sia diventato il fulcro della sua metodologia didattica e formativa. Lo strumento viene presentato non come un semplice libro per l’infanzia, ma come un raffinato dispositivo estetico e cognitivo, applicabile sia agli adolescenti sia ai professionisti. Attraverso la decelerazione, l’uso della metafora e la valorizzazione del silenzio, l’albo favorisce l’alfabetizzazione visiva, l’elaborazione emotiva e la creazione di profonde connessioni comunitarie.
Il seme della scoperta
Tutto è iniziato in un pomeriggio qualunque, immerso nel silenzio morbido di una stanza, con una manina piccola e curiosa che sfogliava con gioia pagine sature di colori. Tra una figura e l’altra, una voce sottile, quasi un sussurro colmo di attesa, chiedeva: «Ancora?».
Se oggi la mia metodologia di formatrice e docente mette al centro gli albi illustrati, lo devo interamente a mia figlia. È stata lei a prendermi per mano e a spalancare le porte di un universo che, prima di allora, guardavo con il distacco di chi lo considerava un territorio confinato all’infanzia, senza coglierne la forza dirompente. Osservando la sua immersione totale in quelle storie — il modo in cui i suoi occhi si illuminavano davanti a un disegno o come il suo respiro seguiva il ritmo del racconto — ho capito che l’albo non è un “libretto” per bambini. È, al contrario, un dispositivo estetico e cognitivo raffinatissimo, capace di parlare a ogni età, dai banchi di scuola alle scrivanie degli uffici, dai cuori degli adolescenti ai pensieri dei manager.
Dalla meraviglia di casa alla sfida in classe
Quello che era nato come un momento di condivisione familiare è diventato rapidamente il cuore della mia sperimentazione didattica, specialmente con gli studenti della scuola secondaria di secondo grado. Spesso si pensa che gli adolescenti, già immersi in una cultura iper-visiva e digitale, abbiano bisogno solo di testi complessi o tecnologie avanzate.
Invece, l’impatto dell’albo in classe è stato rivelatore: davanti a una tavola illustrata, il ritmo della lezione subisce una decelerazione feconda. L’albo rompe la barriera della “performance” scolastica e la rigidità della comunicazione verticale. Diventa uno strumento per decodificare il reale, per dare un nome a emozioni che faticano a uscire e per analizzare la realtà attraverso un linguaggio che gli adolescenti sentono “democratico”, ma che nasconde strati di significato profondissimi. La plasticità delle immagini e la fisicità della carta diventano ancoraggi cognitivi che facilitano la memorizzazione e la rielaborazione critica.
Fare storie: la teoria che diventa pratica
Nel loro bellissimo libro “Fare storie. Metodologie, tecniche ed esperienze di storytelling e scrittura terapeutica in psicologia” Valeria Bianchi Mian, Valentina Mossa e Maria Sole Pepino spiegano che l’albo è uno “spazio terzo”. Non è solo carta e inchiostro, ma un luogo sicuro, una sorta di zona franca dove chi legge può rivedere la propria vita, i propri dubbi e i propri desideri senza sentirsi giudicato o messo a nudo.
Sia che mi trovi con ragazzi di sedici anni o in un workshop con dei professionisti, l’albo ha il potere di “far accadere le cose”. Permette di:
- Esplorare l’Iconotesto: L’albo vive della tensione dialettica tra il codice verbale e quello iconico. Spesso le immagini dicono ciò che le parole tacciono, creando una gap semantico che il lettore deve colmare. Allenare questa capacità di lettura critica è fondamentale per i ragazzi, spesso fruitori passivi di stimoli visivi, e per i professionisti che devono imparare a leggere “tra le righe” dei contesti organizzativi e delle dinamiche relazionali.
- Abitare la Metafora e l’Altrove: Temi complessi come l’identità, il fallimento, la scelta o il conflitto vengono affrontati senza l’urgenza e la minaccia del giudizio personale. La storia ci permette di guardare il problema “da fuori” — attraverso lo sguardo di un personaggio o l’evocazione di un paesaggio — per poi riportarlo “dentro” con una consapevolezza rinnovata e meno difensiva.
Costruire comunità attraverso la lettura
Un aspetto fondamentale che ho riscontrato in aula è la capacità degli albi di creare connessioni umane. Riprendendo le riflessioni di Mossa e Pepino, la lettura condivisa diventa un atto relazionale potente. In classe, così come in un team aziendale, l’albo rompe le barriere e le gerarchie predefinite. Mentre sfogliamo le pagine, ci accorgiamo che le paure di un protagonista sono le nostre, che i suoi ostacoli somigliano ai problemi del nostro reparto o della nostra classe. Questo allineamento emotivo permette di esplorare la fragilità non come un difetto da nascondere, ma come una risorsa da mettere a disposizione del gruppo per crescere insieme.
Una strategia didattica: “silence” e la sospensione
Un dettaglio fondamentale del mio metodo è la valorizzazione del silenzio. Negli albi illustrati, il bianco della pagina e le pause tra una girata e l’altra sono elementi strutturali carichi di significato. In ambito formativo, questo insegna l’importanza dell’ascolto attivo e della riflessione ponderata prima dell’azione.
Non si tratta di “infantilizzare” l’insegnamento, ma di recuperare la potenza della sintesi e della precisione. Ogni albo che seleziono è un pezzo di design narrativo pensato per attivare quella che la letteratura definisce “alfabetizzazione visiva” (visual literacy), competenza cruciale per orientarsi nella complessità della società contemporanea.
Dove il libro incontra l’esperienza
Questa metodologia non si limita alla lettura, ma diventa un’esperienza trasformativa che tocca corde profonde. Quando in aula cala quel silenzio denso, non è un vuoto d’attenzione, ma un momento di vera e propria elaborazione. È lì che le immagini iniziano a “lavorare” dentro chi le osserva, attivando connessioni tra la storia narrata e la propria quotidianità professionale o scolastica. L’albo diventa allora una soglia: un punto di passaggio dove è permesso sospendere il giudizio e le urgenze del quotidiano per entrare in una dimensione riflessiva che è la base di ogni vero apprendimento e di ogni cambiamento possibile.
Un invito per il futuro
Quella scoperta nata tra le mura di casa continua a emozionarmi ogni volta che apro un libro davanti a un nuovo pubblico. Il mio invito per chi lavora nell’educazione, nel sociale o nella formazione aziendale è di non aver paura di queste pagine colorate. Spesso è proprio lì, nel “vuoto” vibrante tra una parola e un’immagine, che si nasconde la chiave per capire chi siamo davvero e dove vogliamo andare come professionisti e come esseri umani.
