Emanuele Bortolazzi ci presenta un’attività che ha svolto in classe coi suoi studenti: e se il vaso di Pandora ci venisse regalato oggi, cosa ci sarebbe chiuso all’interno?
Dall’antichità a oggi…
I miti greci mi hanno sempre affascinato. Mantengono sospesi su un filo, come quelli del bucato, di inquietudine i sentimenti, le ambizioni, le paure e le frustrazioni più diverse. Dentro quella sapienza antica si mescola spiritualità, fantasia e un’acuta conoscenza dell’animo umano.
Durante un’ora di IRC mi sono lasciato guidare da questa fascinazione e ho pensato per i miei studenti al vaso di Pandora.
Il vaso di Pandora
Ho preso proprio uno di quegli orribili vasi cinesi blu metallico che mi avevano regalato al matrimonio e l’ho messo al centro della classe. Dato che tutti i ragazzi avevano con sè matite colorate e fogli, ho chiesto loro di disegnare il male, la paura, la pesantezza che sentivano addosso in questo periodo della loro vita.
All’interno del vaso, Zeus aveva rinchiuso tutti i mali del mondo e aveva portato in dono di nozze questo recipiente finemente decorato a Epimeteo e Pandora raccomandando di non togliere il tappo. Ma credo che sia successo proprio come in classe: basta dire agli studenti di non fare una cosa, perché loro poi escogitino il modo di arrivare a farla nel modo più creativo possibile, come ad esempio il copiare durante un compito in classe… Pandora apri il tappo! Fu così che tutti i mali tornarono ad invadere il mondo.
Lo stupore nella paura
Nell’attività, volevo proprio dare ai miei studenti la possibilità di rinchiudere quei mali di nuovo nel vaso. Non so se sia stata la musica di sottofondo o se a volte i ragazzi della scuola professionale sono più coraggiosi nel dire chi sono, senza veli e mezzi termini… Ma quando il primo si è avvicinato per raccontare il suo disegno prima di strapparlo e gettarlo nel vaso, io avevo un po’ di tremore che tutto finisse in una grandissima banalizzazione della paura dei folletti.
Mattia, 15 anni, invece si è avvicinato ha aperto il suo foglio e ha detto: “io ho disegnato una bara, perché… sì, non so voi, ma io ho paura di morire!”
Dopo di lui c’è stato chi ha disegnato una bici e ha raccontato la sua paura di cadere, o chi ha disegnato le chele di un granchio e la sua paura di essere punto su una spiaggia. C’è stato chi, ancora stordito dai discorsi sentiti al bar, ha disegnato la falce e il martello e il fascio raccontando la paura dei comunisti o dei fascisti. Sarei banale se non vi dicessi che c’è stato chi ha tentato un ritratto di qualche collega raccontando la paura di un’interrogazione.
Il timore di una pesante eredità
A un certo punto ho smesso di contare le volte in cui i ragazzi che si susseguivano davanti al vaso ripetevano la frase di Mattia: io ho paura di morire!
Sicuramente è complice il clima mondiale di ansia e di guerra e il fatto che le giovani generazioni sentono parlare maggiormente di minaccia atomica, epidemie, assassini in fondo alla via di casa, di quanto si possa far risuonare la domanda “quali sono i tuoi sogni per domani?”
La responsabilità che le generazioni adulte lasciano di continua belligeranza e di umiliazione della persona umana è pesantissima.
Mi ha colpito moltissimo però che a 15 anni, quando la vita ti viene incontro con tutta la fragranza della sua primavera, il pensiero della morte inquieti i nostri adolescenti.
Tra la Vita e la morte
Terminato il giro dei ragazzi, ho faticato ad alzarmi dalla sedia, ma ho preso il tappo e ho ricoperto con decisione il vaso. Ho provato a raccontare loro che la morte non ha nessun potere su chi è felice, perché chi è felice non muore mai veramente. Forse questa grande paura è solo il desiderio insopprimibile di vivere, di far fiorire tutto quello che è stato seminato. I nostri adolescenti, spesso considerati superficiali, forse in realtà non hanno abbastanza spazio per dire tutto il loro profondissimo desiderio di Vita. È a quello che, nel fiorire dell’età, senti volerti aggrappare, è quel desiderio che non può essere oscurato. Forse i mali non sono tornati veramente dentro il vaso, ma la possibilità di averli condivisi ha reso quei ragazzi molti più leggeri, addirittura più coraggiosi.
Adesso quando qualcuno mi chiede a che cosa serve l’ora di religione gli mostro quel vaso cinese orribile blu metallico.
