In questo articolo Elisabetta Pia ci parla dell’importanza del cambiamento e della prossimità nel mondo della progettazione. Solo essendo disposti a stare vicino alle persone per cui progettiamo e a quelle con cui progettiamo, essendo disposti a scendere a compromessi e modificare i piani per venirsi incontro si riuscirà a portare a buon fine una programmazione degna di nota.
Un viaggio possibile per tutti
Progettare non è solo compilare schede, riempire caselle o immaginare qualcosa che “dovrebbe funzionare”. Progettare è un modo di pensare e, ancora prima, un modo di guardare la realtà. È una forma di responsabilità: scegliere una direzione, immaginare un cambiamento e costruire le condizioni perché quel cambiamento accada davvero.
La verità è che la sola vera costante nella vita – e nei progetti – è il cambiamento.
Non sempre significa rivoluzionare tutto. A volte è più sottile: è riconoscere una fragilità, accettare un limite, ammettere che alcune abitudini non ci aiutano più. Cambiare richiede coraggio, e spesso fa paura. Lo sa bene l’astice: per crescere deve abbandonare il proprio guscio, restando esposto e vulnerabile per un po’.
Ma solo così può costruirne uno nuovo, più adatto alla sua forma che cambia.
Ecco: progettare funziona allo stesso modo. Per raggiungere un obiettivo dobbiamo accettare la fase di passaggio, quella in cui le idee sono ancora morbide, fragili, da proteggere. È lì che nasce la vera trasformazione.
Progettazione di prossimità
Nella mia esperienza ho imparato che la progettazione funziona solo quando nasce vicino alle persone, non sopra di esse. Gli strumenti sono importanti, certo, ma non bastano: serve la capacità di leggere i bisogni, dare un ordine ai pensieri, gestire gli imprevisti e mantenere la rotta quando le condizioni cambiano.
Uno degli aspetti centrali della progettazione è il modo in cui dai forma ai pensieri. Ciò che immaginiamo influenza ciò che scegliamo, e ciò che scegliamo costruisce ciò che diventa possibile.
Un obiettivo chiaro rende chiaro anche il percorso; un intento confuso porta disordine, fatica, dispersione.
Fare spazio per progettare
Per questo progettare significa prima di tutto fare spazio:
– dare un nome a ciò che desideriamo raggiungere
– distinguere ciò che è utile da ciò che è superfluo
– trasformare l’energia iniziale in un piano concreto.
La progettazione non è un esercizio creativo fine a sé stesso: è creatività che incontra la realtà, che si misura con tempi, risorse, persone, vincoli e possibilità. È “coltivare”, non solo “seminare”.
Quando ami un fiore non ti limiti a coglierlo: lo annaffi ogni giorno. Così dovremmo fare anche con progetti, relazioni e sogni.
Progettare con Projectus
In Projectus c’è un metodo che unisce ciò che spesso manca: struttura, intenzionalità e collaborazione.
Nessun progetto si regge da solo. Ha bisogno di mani, di visioni condivise, di dialogo e, sì, anche di conflitti: ma conflitti che diventano scelte, non ostacoli.
Progettare con e per le persone significa guardare ai gruppi non come destinatari passivi, ma come motore attivo del processo: studenti, docenti, volontari, équipe pastorali, team aziendali, creativi degli eventi… ognuno porta un pezzo di visione, di esperienza e di significato. La buona progettazione è quella che permette a tutto questo di emergere.
Poi arriva il momento cruciale: passare dall’idea all’azione.
Dall’idea all’azione
Qui entra in gioco uno degli strumenti più preziosi della psicologia: la suddivisione del percorso in passi raggiungibili. Un obiettivo, per funzionare davvero, deve essere chiaro, realistico, monitorabile e abbastanza flessibile da permettere piccoli successi, aggiustamenti e riletture.
È in questo processo che nasce la competenza: nel tenere insieme visione e concretezza, immaginazione e misura, ambizione e cura.
E anche nel sapersi mettere al primo posto quando serve: riconoscere la fatica, delimitare confini, dire qualche “no”, selezionare le priorità. Perché dedicare tempo a ciò che ci fa stare bene è ciò che ci dà l’energia per portare avanti i progetti che vogliamo davvero.
In conclusione
Progettare, insomma, non è un atto tecnico ma relazionale.
Non è un esercizio solitario, ma partecipato.
È un viaggio in cui le domande contano quanto le risposte, e in cui ogni cambiamento si costruisce un passo alla volta. Un viaggio in cui gli strumenti diventano alleati preziosi per dare forma, continuità e cura alle idee.
In qualunque contesto ci muoviamo — scuola, azienda, comunità, eventi — progettare significa dire a voce alta: “Questa cosa è possibile. E possiamo farla insieme.”
Foto di Med Badr Chemmaoui su Unsplash
