IL CORPO NELLA FORMAZIONE

 In questo articolo Elena Perini ci mostra l’importanza del corpo e dell’esperienza fisica all’interno dei percorsi di formazione e di apprendimento. 

Quando imparare passa dal movimento 

Nella formazione il corpo è spesso il grande assente. Seduti, immobili, concentrati sulle parole, dimentichiamo che apprendiamo con tutto il nostro essere.
Eppure il corpo è il primo strumento di relazione, comunicazione e conoscenza. Maria Montessori scriveva:
«La mano è lo strumento dell’intelligenza.» Possiamo ampliare questa intuizione: il corpo è lo strumento dell’esperienza.
Nella formazione degli adulti, così come nei contesti educativi, il sapere non passa solo dalla comprensione razionale, ma dall’esperienza vissuta. E l’esperienza è sempre incarnata. 

Il corpo comunica prima delle parole 

Ogni aula è un sistema di corpi. Corpi che si avvicinano o si allontanano; che si irrigidiscono oppure si aprono; che cercano uno sguardo o lo evitano.
Prima ancora di comprendere un contenuto, ogni partecipante percepisce un clima. E il clima è fatto di postura, distanza, tono di voce, ritmo, respiro.
Allenare il corpo, in questo caso, significa allenare la consapevolezza relazionale. Quando in formazione introduciamo esperienze corporee — una sociometria, un lavoro sullo spazio, un esercizio di consapevolezza del respiro, un’attivazione in movimento — attiviamo canali che la sola parola non raggiunge. Rendiamo visibili dinamiche implicite. Creiamo apprendimento attraverso l’esperienza diretta.

Il corpo del formatore: la prima aula 

Nella formazione, il primo corpo che parla non è quello dei partecipanti, ma quello del formatore.
Prima ancora delle metodologie, delle slide o delle parole, è la sua presenza fisica a dare forma allo spazio di apprendimento. La postura con cui entriamo in aula, il modo in cui stiamo in piedi o ci sediamo, come occupiamo lo spazio, dove dirigiamo lo sguardo: tutto comunica sicurezza o distanza, apertura o controllo, disponibilità o giudizio. I partecipanti leggono questi segnali in modo immediato e spesso inconsapevole.
Un formatore rigido tende a generare rigidità. Un formatore presente e radicato facilita presenza.
Un corpo che ascolta autorizza all’ascolto e rende possibile la partecipazione.
Per questo la competenza formativa non è solo progettuale o comunicativa, ma anche corporea. Significa sviluppare attenzione al proprio respiro, riconoscere le tensioni che emergono mentre conduciamo, accorgerci di come reagiamo fisicamente alle dinamiche del gruppo.
La postura diventa allora uno strumento pedagogico: non una tecnica da controllare, ma una forma di consapevolezza. Quando il formatore è in contatto con il proprio corpo, l’aula diventa uno spazio più sicuro, vivo e abitabile. La coerenza tra ciò che viene detto e ciò che viene incarnato rende l’apprendimento credibile. 

Movimento e apprendimento 

Le neuroscienze confermano ciò che l’esperienza educativa ci mostra da tempo: il movimento facilita l’attenzione, sostiene la memoria, favorisce l’integrazione delle informazioni.
Ma non è solo una questione cognitiva. Muoversi significa sperimentare. Significa mettersi in gioco. Significa uscire dalla posizione passiva e diventare protagonisti del proprio processo di apprendimento. Il corpo rende l’apprendimento incarnato e ciò che è incarnato lascia traccia.
Non si tratta di “fare giochi” o di animare l’aula. Si tratta di progettare esperienze formative che attivino la persona nella sua globalità: mente, emozioni, relazione e azione.
Come affermava Jean Le Boulch, l’apprendimento passa attraverso l’azione: è nel movimento che il soggetto costruisce la propria organizzazione percettiva, cognitiva e relazionale. Il corpo non è un semplice esecutore, ma il luogo in cui si struttura l’esperienza e prende forma la conoscenza. 

Educare alla presenza 

Usare il corpo in formazione non è una scelta estetica né una strategia di animazione. È un lavoro sulla presenza. Presenza a sé stessi, prima di tutto: riconoscere dove siamo nello spazio, percepire la nostra postura, ascoltare il respiro, cogliere le tensioni o le aperture che emergono di fronte a una situazione. Presenza nella relazione: accorgerci della distanza che scegliamo, del modo in cui occupiamo lo spazio, di ciò che il nostro corpo comunica ancora prima delle parole.
Quando portiamo attenzione al corpo, rendiamo visibili atteggiamenti interiori che spesso restano impliciti: il modo in cui affrontiamo la responsabilità, il cambiamento, il conflitto, la collaborazione.
Il corpo è il luogo in cui l’esperienza prende forma e diventa consapevole.
E forse formare significa proprio questo: creare esperienze che non restino solo pensate, ma vengano vissute. Esperienze che passino dalla testa al cuore… attraversando il corpo. 

 

Elena Perini 

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