SETTEMBRE, TEMPO DI INIZI, TEMPO DI RINCONTRI

In questo articolo, Elena Perini ci racconta come ricominciare non significhi ripartire da dove ci siamo lasciati, ma scoprire insieme da dove possiamo riprendere. Ciò può avvenire solamente osservando i cambiamenti, valorizzando l’esperienza del tempo trascorso e lasciandosi ancora sorprendere.

Un tempo di rincontri

Settembre sa di inizi. Riaprono le scuole, ripartono i servizi, ricominciano le attività, si riavviano progetti e percorsi educativi che l’estate ha sospeso o rallentato. C’è chi incontra un nuovo gruppo, un nuovo educatore, una nuova insegnante. E c’è chi torna negli stessi luoghi e ritrova le stesse persone lasciate qualche mese prima.

Eppure, anche quando sembra che tutto possa ricominciare esattamente da dove lo avevamo lasciato, non è proprio così. Perché settembre non è soltanto tempo di incontri. È tempo di rincontri. E rincontrarsi non significa semplicemente vedersi di nuovo. Nel tempo trascorso altrove sono successe cose, abbiamo fatto esperienze, siamo cresciuti e, qualche volta, siamo cambiati. Vale per i bambini e i ragazzi, vale per le famiglie e vale anche per noi adulti che li accompagniamo.

Il bambino che torna al nido dopo alcune settimane a casa non è esattamente quello che abbiamo salutato. Il ragazzo che riprende un percorso educativo può aver attraversato un’estate piena di esperienze oppure un tempo molto vuoto. Una famiglia può tornare con nuovi equilibri, nuove fatiche o nuove risorse. Anche un gruppo che apparentemente ritrova tutti i suoi componenti può avere bisogno di costruire nuovamente distanze, alleanze e appartenenze. E noi stessi arriviamo a settembre diversi da come siamo partiti.

Osservare per dare valore al tempo trascorso

Forse, allora, prima di avere fretta di ripartire, dovremmo concederci il tempo di rincontrarci. Quando un percorso riprende, la tentazione è comprensibile: recuperare il filo. Dove eravamo arrivati? Quali obiettivi avevamo? Che cosa avevamo programmato? Qual era il prossimo passo? Sono domande necessarie, ma forse ne manca una: chi abbiamo davanti oggi? La continuità educativa non può significare comportarsi come se nel mezzo non fosse accaduto nulla.

Una pausa può modificare abitudini, autonomie, relazioni. Può consolidare qualcosa che avevamo iniziato a costruire oppure rimetterlo in discussione. Può far emergere competenze nuove e farne temporaneamente vacillare altre. E questo non significa necessariamente essere “tornati indietro”. Significa che abbiamo davanti una persona, non un progetto lasciato in pausa.

John Dewey ci ricorda quanto l’esperienza diventi realmente educativa quando non ci limitiamo ad attraversarla, ma troviamo il tempo per osservarla, interrogarla e metterla in relazione con ciò che viene dopo. Forse settembre può essere anche questo: non soltanto il momento in cui recuperare ciò che abbiamo interrotto, ma uno spazio nel quale dare valore a ciò che è accaduto nel frattempo. E non necessariamente attraverso la classica domanda “Cosa hai fatto durante le vacanze?”. Non tutti hanno qualcosa che desiderano raccontare e, soprattutto, non tutte le estati sono uguali. Possiamo invece lasciare che esperienze, cambiamenti, nuove competenze o nuove fatiche trovino posto nella relazione educativa, nei modi e nei tempi possibili per ciascuno. Riprendere un percorso, allora, non è premere play. È ritrovare il filo sapendo che, nel frattempo, quel filo potrebbe essersi spostato.

Il giusto tempo per uno sguardo profondo

C’è poi un rischio particolare quando conosciamo già qualcuno: credere di sapere chi stiamo rincontrando. Quello che “non partecipa mai”, quella che “ha sempre bisogno dell’adulto”, il bambino che “non riesce a stare fermo”, la famiglia che “fa fatica a rispettare gli accordi”, il ragazzo che “nel gruppo funziona così”. Conoscere la storia delle persone che accompagniamo è fondamentale, ma quella storia può diventare, senza che ce ne accorgiamo, il posto nel quale continuiamo a metterle. Settembre può allora essere anche un piccolo esercizio professionale: tenere ciò che sappiamo senza permettere che ci impedisca di vedere ciò che c’è oggi.

Rincontrare significa ricordare, ma anche tornare a essere curiosi. Questo vale in una classe, in un servizio educativo, in un centro, in un percorso individuale. Prima di riproporre ciò che funzionava, possiamo osservare se funziona ancora. Prima di riattivare una regola, possiamo vedere come viene abitato nuovamente quello spazio. Prima di chiedere la stessa autonomia raggiunta qualche mese prima, possiamo concedere il tempo necessario per ritrovarla. Prima di interpretare una fatica come qualcosa che “è tornato”, possiamo domandarci che cosa stia succedendo oggi. Possiamo farlo attraverso una conversazione, il gioco, il movimento, un’attività condivisa o semplicemente attraverso un tempo meno riempito di richieste. Non è un tempo vuoto: è il tempo nel quale torniamo a osservare.

Il valore del gioco e del corpo

Il gioco, in particolare, può diventare un luogo privilegiato per farlo. Non necessariamente un gioco “per imparare qualcosa”, ma un gioco nel quale incontrarsi nuovamente. Mentre si gioca un gruppo si racconta: occupa lo spazio, costruisce alleanze, negozia, aspetta, si arrabbia, ride, cerca soluzioni. E noi adulti possiamo concederci per qualche momento il lusso di non intervenire immediatamente, ma di guardare.

A riprendere un percorso, però, non sono soltanto pensieri, apprendimenti e obiettivi. Tornano anche i corpi. Corpi che per settimane hanno avuto altri ritmi, altri spazi, altre possibilità di movimento. Corpi cresciuti, cambiati, magari più autonomi o improvvisamente più bisognosi di vicinanza. E poi tornano negli spazi educativi, dove chiediamo loro nuovamente di trovare una distanza dagli altri, aspettare, muoversi insieme, fermarsi, ascoltare, condividere uno spazio. Anche questo richiede tempo. Osservare come una persona torna ad abitare uno spazio può raccontarci molto, prima ancora che riesca a raccontarcelo a parole.

Accogliere e lasciarsi sorprendere

E vale anche per noi adulti: anche noi dobbiamo tornare ad abitare quei luoghi, ritrovare ritmi, persone, responsabilità e relazioni. Non siamo osservatori esterni al rincontro, ne facciamo parte. Siamo abituati ad associare l’accoglienza soprattutto alla prima volta: il primo giorno di scuola, l’ingresso al nido, l’arrivo in un servizio, l’inizio di un progetto. Ma forse abbiamo bisogno di essere accolti anche quando torniamo.

Accogliere chi conosciamo già significa fare una cosa apparentemente contraddittoria: tenere memoria della sua storia e, contemporaneamente, lasciargli la possibilità di sorprenderci. Significa non cancellare ciò che è stato costruito, ma nemmeno pretendere di ritrovarlo esattamente come lo avevamo lasciato. Forse è proprio questo il lavoro dei rincontri: non ricominciare da capo e nemmeno continuare facendo finta che non ci sia stata un’interruzione. Ritrovarsi. Guardarsi di nuovo. E capire insieme da dove, questa volta, possiamo ripartire.

 

Elena Perini

Foto di Evgeni Evgeniev su Unsplash

Riferimento bibliografico: Dewey, J. (1933), How We Think: A Restatement of the Relation of Reflective Thinking to the Educative Process, Boston, D.C. Heath and Company.