PADRI, IL TEMPO CI VIENE INCONTRO!

In questo articolo, Silvio Giuliano propone una riflessione profonda per riscoprire il vero segreto della paternità: e se il tempo vissuto con tuo figlio non fosse soltanto una risorsa da gestire, ma un dono prezioso da cogliere? Tra le intuizioni della filosofia e i misteri della fisica quantistica, il formatore ci invita a smettere finalmente di rincorrere il tempo e a imparare ad abitarlo davvero.

Il tempo non è un fardello, ma un dono che ci viene incontro

Il mese di agosto si è appena concluso, portando con sé il ricordo di quel tempo lento che solo l’estate sa regalarci. Spesso guardiamo ai giorni trascorsi con una punta di nostalgia, come se le ferie e la calma fossero qualcosa da lasciarsi alle spalle per ritornare alla solita corsa frenetica. Ma se provassimo a cambiare prospettiva? Il tempo non è un nastro che scivola via dietro di noi, ma qualcosa che ci viene incontro. Ogni nuova stagione, ogni giorno che sorge è una persona che ci cammina vicino, un dono prezioso da accogliere a mani aperte. Quando parliamo di paternità e di educazione, il tempo diventa la risorsa più critica ed essenziale. Tuo figlio non ha bisogno di stratagemmi o trucchi di time management. Tuo figlio ha semplicemente bisogno del tuo tempo. Non soltanto di quello “indiretto”, ovvero le ore di assenza che dedichi al lavoro per garantire il suo sostentamento e il suo futuro. Ha bisogno soprattutto del tempo della tua presenza reale: quando lo guardi negli occhi, quando lo ascolti senza distrazioni e vi parlate davvero.

Che cos’è dunque questo tempo che cerchiamo di donare?

È una domanda che l’umanità si pone da millenni. Sant’Agostino, nelle sue Confessioni, esprimeva questo paradosso con disarmante onestà: “Se nessuno me ne chiede, lo so bene: ma se volessi darne spiegazione a chi me ne chiede, non lo so”. Agostino faceva notare che il passato non è più, il futuro non è ancora e il presente è solo un punto fuggente. Se il presente non svanisse continuamente, non sarebbe tempo, ma eternità. Il tempo non è dunque solo una misura fisica, ma una responsabilità morale e una costruzione intima della nostra coscienza.  Se provassimo a interrogare la fisica quantistica moderna, scopriremmo che l’equazione di Wheeler-DeWitt — creata per descrivere l’intero Universo — non contiene nemmeno la variabile “t” del tempo. Fisici come Carlo Rovelli suggeriscono che il tempo a livello fondamentale potrebbe non esistere affatto. Sarebbe solo l’effetto visibile del cambiamento e delle relazioni tra gli oggetti. Il tempo è un flusso continuo e qualitativo, creativo e mai del tutto imprigionabile.

La lezione dei Greci: trasformare Chronos in Kairos

I Greci, che avevano intuito la complessità della vita, non usavano un solo termine per definire il tempo, ma tre. Il primo è Chronos, il dio titano che divora i propri figli. È il tempo quantitativo che scorre inesorabile, l’orologio che picchia e le agende fitte di impegni che ci consumano. Il secondo è Kairos, il tempo qualitativo e opportuno. Rappresentato come un giovane alato con un ciuffo sulla fronte e la nuca rasata, Kairos è l’occasione che va afferrata al volo mentre ti passa davanti, prima che svanisca per sempre. Infine c’è Aiòn, l’eterno presente, la durata indefinita in cui ci sentiamo meravigliosamente “fuori dal tempo”.  “.  La nostra sfida quotidiana di padri e di guide è quella di trasformare il Chronos in Kairos, vivendo nel miglior modo possibile ogni attimo dell’Aiòn. Spesso ci troviamo a giocare con i nostri figli sul pavimento del salotto mentre la nostra mente farfuglia e rincorre le scadenze di lavoro. In quel preciso momento non siamo davvero presenti e magari avvertiamo una forte frustrazione. Per superarla non servono miracoli, ma la consapevolezza che il momento presente è l’unico che ci è dato vivere. Guardare a ogni singolo giorno come se potesse essere l’unico ci aiuta a dare il giusto peso alle cose.

Il castello di sabbia: l’impegno prima del risultato

Durante quest’estate appena trascorsa ho vissuto un’esperienza semplice ma illuminante insieme a mio figlio: abbiamo costruito un castello di sabbia in riva al mare. Ci abbiamo lavorato durante tutto l’arco della giornata, inconsapevolmente, a tappe. Quando lui si stancava e andava a fare altro, io continuavo a modellare le torri; poi lui tornava ed erigeva i bastioni dandomi qualche indicazione “tecnica”. Un’onda improvvisa ne ha distrutto un pezzo, che abbiamo rimodellato grossolanamente. Alla fine è venuto un castello quasi imponente, che abbiamo persino immortalato con una fotografia.  A fine giornata, per rispetto nei confronti dell’ambiente che ci ospitava, abbiamo spianato tutto e riportato la sabbia al suo stato originario. E sapete una cosa? Ero felicissimo dell’esperienza vissuta. Il valore di quella giornata non stava nella permanenza della struttura, ma nel processo, nella condivisione e nell’impegno profuso insieme.  Questo ci insegna la lezione più grande che possiamo trasmettere ai nostri ragazzi: opporsi al cammino della pochezza — quello che mira esclusivamente al successo o al risultato finale — e scegliere il cammino della grandezza, fatto di buona volontà e dedizione. Non dobbiamo mai punire o temere l’insuccesso in quanto tale, ma solo la mancanza di applicazione e di cuore. Dobbiamo fare in modo che i nostri figli possano vedere i loro padri avanzare negli anni curiosi del giusto peso delle cose e innamorati della vita. Questa sarà per loro la migliore educazione all’uso del tempo, e alla vita stessa.

 

Silvio Giuliano

Foto di Kelli McClintock su Unsplash