VEDERE L’IMPOSSIBILE

In questo articolo Anna Desanso esplora il valore pedagogico e spirituale della serie Pixar Win or Lose, utilizzata come strumento didattico in una scuola superiore. Attraverso le “iperboli visive” dell’animazione, i suoi studenti scoprono che la fragilità e la paura del fallimento accomunano sia i giovani sia gli adulti, trasformando il divario generazionale in un cammino condiviso. Il testo delinea così una “spiritualità dell’imperfetto”, in cui la vera vittoria non è il successo, ma l’empatia e l’accettazione dei propri limiti.

La profondità del quotidiano tra sport e spiritualità

Fin dal primo episodio, la serie Pixar Win or Lose ha catturato la mia attenzione, agendo come uno specchio in cui ho visto riflessi i miei comportamenti e i miei vissuti più intimi. Sebbene l’animazione possa indurre i più superficiali a considerarla un prodotto per l’infanzia, la serie conferma una grande verità, perché spesso ciò che nasce per i bambini custodisce le lezioni più preziose e i segreti più autentici per il mondo dei “grandi”. 

Cogliere la sfida 

Educare oggi significa trovare strumenti che parlino la lingua dei ragazzi senza smarrire lo spessore del messaggio. Per questo ho scelto di portare Win or Lose tra i banchi, volevo che i miei alunni di prima superiore avessero a disposizione un racconto capace di dare forma, con estrema delicatezza, ai nodi cruciali del loro presente. Tra identità in bilico, gestione delle emozioni e paura del giudizio, la serie è diventata un sussidio didattico vivo. La sua genialità risiede nel mostrare come una stessa settimana possa essere vissuta in modi diametralmente opposti, trasformando la soggettività dei protagonisti in una straordinaria lezione di pedagogia dello sguardo.  

L’incontro con i personaggi  

Ogni episodio di questa serie non è solo un racconto, ma un sofisticato campionario di simbolismi emotivi. La genialità della Pixar risiede nella capacità di far emergere l’interiorità dei personaggi attraverso “iperboli visive” che traducono il tumulto interiore dei protagonisti in immagini tangibili. Incontriamo così l’adolescente schiacciato da una giacca che si ingigantisce a ogni nuova aspettativa, chi vede la propria realtà sciogliersi sotto il peso di una sensibilità estrema, o chi si rifugia in visioni di onnipotenza per schermare una fragilità troppo nuda. Questi elementi permettono ai ragazzi di dare, finalmente, un nome e una forma al “rumore” delle proprie insicurezze. 

Eureka: il piano comune della fragilità 

Il vero momento di rottura — il nostro “Eureka” pedagogico — è scattato quando i ragazzi hanno smesso di guardare agli adulti della serie come a figure distanti, iniziando a percepirli come compagni di lotta. In classe è emersa una consapevolezza liberatoria: la fragilità non ha età. Vedere gli adulti di Win or Lose vacillare, sbagliare e lasciarsi sopraffare dalle proprie insicurezze ha permesso di “smontare il piedistallo” su cui la società spesso colloca genitori e insegnanti. 

Non si è trattato di un processo di colpevolizzazione o di demonizzazione, ma di una necessaria umanizzazione. Gli studenti hanno riconosciuto nei “grandi” lo stesso sforzo quotidiano che compiono loro, ossia la fatica di gestire le emozioni, la paura del fallimento, il bisogno di approvazione. Questo sguardo nuovo ha trasformato il conflitto generazionale in un incontro fianco a fianco. Abbiamo compreso che adulti e adolescenti abitano lo stesso campo da gioco, lottando contro i medesimi fantasmi interiori. In questa prospettiva, l’educazione smette di essere una trasmissione verticale di regole e diventa un cammino condiviso, dove nessuno è arrivato e tutti, senza distinzione di ruolo, sono impegnati nel difficile e meraviglioso mestiere di restare umani. 

La spiritualità dell’imperfetto 

Se la pedagogia ci aiuta a comprendere il comportamento, è la spiritualità a svelarci il senso profondo del cammino. In Win or Lose, la dimensione spirituale non risiede in manifestazioni esplicite, ma si nasconde nelle pieghe della relazione e del limite. È una spiritualità dell’immanenza, che ricorda la sapienza biblica nel suo invito a guardare “cuore a cuore”. La serie suggerisce che il sacro non abita nella perfezione del risultato, ma nello spazio che si crea quando due fragilità si riconoscono e si accolgono. 

C’è un respiro quasi contemplativo nel modo in cui la narrazione si ferma su ogni singolo protagonista, ogni episodio è un atto di riconoscimento dell’altro, un esercizio di empatia che somiglia molto alla carità. Questa “liturgia del quotidiano” ci insegna che la vera vittoria non è il dominio sull’altro, ma la capacità di uscire dal proprio ego — da quella giacca ingombrante o da quelle visioni di grandezza — per accorgersi dell’esistenza del prossimo. In questa prospettiva, il campo da gioco diventa un tempio laico dove si celebra il mistero del divenire: un invito a spogliarsi delle armature per riscoprirsi, finalmente, creature bisognose di grazia e di sguardo. 

Tiriamo le fila in campo 

In definitiva, questo viaggio tra le trame di Win or Lose mi ha consegnato una certezza: l’educazione non è mai un cammino unidirezionale, ma un cantiere aperto in cui le generazioni si modellano a vicenda. Concludendo questa esperienza con i miei studenti, mi accorgo che lo specchio che ho offerto loro ha finito per riflettere anche le mie zone d’ombra, restituendomi una fisionomia di docente più autentica e, finalmente, un po’ più libera dal fardello della perfezione. 

Credo che il cuore di questo percorso sia un invito ad abitare con fiducia le nostre fragilità. Solo attraverso l’accoglienza del limite possiamo davvero dirci vittoriosi; al contrario, la pretesa di infallibilità non è che una gabbia dorata, destinata a condurci verso la disfatta della nostra stessa umanità. 

 

Anna Desanso

Foto di Nathan Dumlao su Unsplash