FARE BENE IL PROPRIO LAVORO

Superare la logica delle scuse per ritrovare il valore di ciò che facciamo. In questo articolo Gigi Cotichella analizza il concetto di autorialità: applicare metodo, cura e responsabilità al proprio lavoro per restituirgli dignità, qualità e senso.

Lunedì mattina, ore 8:57

Il lunedì mattina è dura per tutti. Non raccontiamoci storie. Ma se lavoro significa fatica, almeno facciamo che non sia una fatica inutile, che ne valga la pena. Se non basta più lavorare per avere una vita e non basta più neanche il bilancio tra vita e lavoro, allora resta solo stare bene al lavoro e fare bene il proprio lavoro. Fare in modo che alla fine della giornata ne sia valsa la pena.

È da qui che parte Il gioco del lavoro, lo spettacolo che da due anni porto in giro. Un monologo animato che ruota intorno a tre parole: dignità, autorialità e sollecitudine. Cioè cura di sé, cura del proprio lavoro, cura del lavoro degli altri. Tre parole che girano in cerchio: nessuna si realizza senza le altre due.

Oggi voglio fermarmi sulla seconda. Qualche giorno fa, in ufficio, parlavo con Silvio Giuliano di rabbia e lavoro. Al lavoro ci arrabbiamo, spesso. Ma non sempre perché qualcuno ci ha fatto un torto. A volte ci arrabbiamo semplicemente perché le cose non sono fatte bene. E quella rabbia ha un sapore preciso. Non è solo tempo sprecato, è inquietudine.

La colpa è sempre di qualcun altro

Lo dico chiaro: di persone che vogliono fare le cose bene ne incontro ancora tantissime. Forse sono meno di una volta, dicono i luoghi comuni. Forse sono una minoranza. Io, nel mio lavoro, ne vedo in continuazione.

Il problema è un altro. Viviamo un tempo che ha messo al centro l’individuo, e l’individuo ha trovato una scorciatoia comodissima: le scuse. Perché sono sempre più di una: “Non lavoro bene per colpa del capo”, “Non ho tempo per lavorare bene”, “Ah tutta questa burocrazia”. «Ma Gigi, è vero! Il mio capo è davvero un disastro!» Può darsi, non lo metto in dubbio. Ma il problema è un altro.

Cercare una scusa è spostare la responsabilità al di fuori di te. È un sollievo immediato, ma anche effimero, perché se la responsabilità è fuori da me, anche l’azione è fuori da me. Farò bene il mio lavoro quando cambierà il capo, quando arriverà più tempo, quando sparirà la burocrazia. Cioè mai. Oppure quando cambierai lavoro o ti metterai in proprio accettando la sfida e le conseguenze.

Quindi resti e dai la responsabilità della tua vita ad altro. È pericoloso, perché il modo in cui faccio una cosa per otto ore al giorno (o spesso di più) finisce per diventare il modo in cui vivo.

SE NON HO SPAZIO PER FARE BENE IL MIO LAVORO, È IL MIO STARE BENE AD ESSERE A RISCHIO.

Autore: colui che fa crescere

Allora cosa possiamo fare? Io parto da una parola: autorialità. Autore deriva dal latino auctor, che a sua volta proviene dal verbo augere: far crescere. L’autore non è solo chi firma, ma è chi fa crescere qualcosa. Per questo, se vogliamo fare bene il nostro lavoro, possiamo prendere in prestito le regole degli autori. Quelli veri: musicisti, scrittori, registi.

Il lavoro di un autore ha due facce, una creativa e una legale. Guardiamole entrambe.

La faccia creativa: bottega, cantiere, band

La bottega. Un autore si aggiorna. Il musicista ascolta la musica degli altri, lo scrittore legge. Non fa lo stretto indispensabile: si lascia provocare. Si chiama formazione e serve a raccogliere suggestioni per poter dire: faccio questa cosa, oppure ne faccio un’altra. E la formazione non è solo quella che mi danno come obbligo: c’è quella che mi cerco, i libri che leggo, gli incontri che voglio fare. Insomma, devi scegliere di andare a bottega e devi scegliere la bottega giusta: se vuoi della carne e sei entrato in farmacia, qualche problema c’è.

Il cantiere. Tutti pensano che l’autore, l’artista abbia l’ispirazione, che le cose vengano perché loro sono “portati”. Claudio Baglioni, in un’intervista, riprendendo Picasso, ha detto più o meno così a proposito dell’ispirazione: “Ammesso che esista, facciamo in modo che quando arriva ci trovi al lavoro!”. Un’idea bella capita a tutti, ogni tanto. Ma è il lavoro costante di rielaborazione, il metodo messo a sistema, che trasforma quell’idea in qualcosa di dignitoso. Nel cantiere valgono due regole:

  • La regola dell’uno su dieci. Per fare una cosa bella servono almeno nove tentativi. Non fatti a caso: pensati.
  • La regola del cassetto. Prendi un’idea e chiudila in un cassetto. Riaprilo quando non ne sei più innamorato. Solo allora saprai criticarla e cambiarla.

La band. Pochissimi fanno tutto da soli. Dietro una canzone c’è chi canta, chi scrive il testo, chi compone, chi arrangia, chi produce. Nel cinema c’è chi scrive il soggetto, chi la sceneggiatura, chi dirige. A teatro addirittura si dice che per ogni persona che lavora sul palco, ne lavorano sette dietro le quinte. È successo, talvolta, che qualcuno accentri tutti i ruoli, certo. Ma è l’eccezione. Di solito siamo bravi, se va bene, in una cosa. Per il resto ci facciamo aiutare. Attenzione, però: non come chi non sa e va a chiedere a chi sa, come un autore che firma un pezzo del progetto e si lascia contaminare dagli altri autori. Si tratta di alzare il livello del lavoro di gruppo.

La faccia legale: questo è mio

Poi c’è il diritto d’autore, e qui la faccenda si fa interessante. Quante volte diciamo: «Non lavoro bene perché nessuno mi riconosce». Non è un lamento isolato! Da anni il mancato riconoscimento sta tra le prime ragioni per cui le persone lasciano un posto di lavoro. E di nuovo, la colpa è dell’altro: che non vede, che non apprezza.

Ma il diritto d’autore ci insegna una cosa. Per la legge l’opera è tua dal momento in cui la crei. Però, se qualcuno la contesta, devi poter dimostrare che è tua. Per questo gli autori la depositano, le danno una data, la rendono pubblica. Si espongono. Mettono il nome davanti a tutti e dicono: questa l’ho fatta io. Con il rischio che qualcuno arrivi a dimostrare il contrario.

Tradotto nel lavoro, il riconoscimento non si aspetta e basta, ma si prepara. Fare bene il proprio lavoro significa anche difenderlo, dargli noi per primi una dignità. Dire: l’ho fatto io, e serve per questo motivo, e per quest’altro.

In conclusione: il rubinetto aperto

Da tutto questo emerge una conclusione che sembra un controsenso. Durante il tempo di lavoro dobbiamo ritagliarci del tempo per fare meglio il nostro stesso lavoro.

«Tempo? Ma se non ne ho nemmeno per le urgenze!» Appunto. È l’illusione classica dell’urgenza. Immagina un rubinetto rotto, la vasca che trabocca, l’acqua sul pavimento. E tu lì, con lo straccio, ad asciugare. Asciughi e asciughi. Senza chiudere il rubinetto. Senza stappare la vasca. Perché non hai tempo, perché ti bagneresti. Detta così fa sorridere. Eppure, lo facciamo tutti, ogni giorno.

Fare bene il proprio lavoro non chiede tantissimo tempo. Ne chiede un po’. Ma quel po’ ritorna triplicato. Perché i lavori vanno meglio, perché cambia la postura davanti a chi vuole farci credere che tutto sia importante, tutto urgente, tutto una catastrofe. E soprattutto perché arriva quella soddisfazione grandissima, meravigliosa. Poter dire: questo l’ho fatto io. E quando qualcuno prova a colpirti, o a negarlo, puoi fare un sorrisetto sornione e rispondere: «No, no. Questo l’ho fatto io. E l’ho fatto anche bene.»

 

Gigi Cotichella

Foto di Scott Graham su Unsplash