In questo articolo Irene Raimondi ci spiega che cos’è la rielaborazione e, soprattutto, ci mostra la sua importanza nell’interiorizzazione di conoscenze e concetti. Solo rielaborando in modo corretto e consapevole diventiamo capaci di espandere il nostro bagaglio esperienziale e di vita a quante a nuove situazioni che ci possono capitare lungo il nostro cammino.
Lo strumento formativo che trasforma l’esperienza in apprendimento
“Che cos’è che ci fa crescere?” Quando lo chiedo in formazione, le risposte arrivano puntuali: le esperienze, gli errori, i successi, gli incontri, la fiducia di qualcuno. Tutto vero. Poi però arriva quella domanda che mette un piccolo sassolino nella scarpa: perché a parità di esperienze, qualcuno cresce e qualcuno no?
La risposta non sta nel numero di cose che ti capitano, ma in quello che fai dopo. È lì che entra in scena la rielaborazione: la riflessione su un vissuto che dà a quell’esperienza un valore nuovo. È per questo che puoi crescere dopo un fallimento o dopo un successo: in entrambi i casi non basta “averlo vissuto”. Serve diventare protagonisti anche della seconda parte, quella invisibile.
L’esperienza non è formativa “di per sé”
“Basta fare esperienza e si impara.” Lo diciamo spesso. Ed è vero… solo a metà. L’esperienza ci attraversa, ci stanca, qualche volta ci esalta. Ma non basta averla vissuta perché diventi competenza. L’apprendimento arriva quando ci fermiamo un momento, guardiamo indietro con lucidità e diamo un nome a ciò che è successo. È la rielaborazione a trasformare un episodio in criterio, un gesto riuscito in abitudine, un errore in una scelta più saggia la volta dopo.
Durante l’azione la testa è piena: decidiamo in fretta, registriamo frammenti, le emozioni si mettono in mezzo. Se va male, il fastidio ci fa evitare il ricordo; se va bene, l’euforia ci convince che “funziona sempre così”. Senza un momento di rilettura, finiscono per guidarci l’abitudine, la fortuna o il caso. Con la rielaborazione, invece, l’esperienza si fa chiara: riconosciamo dove ha iniziato a girare bene o a deragliare, quali alternative avevamo, quale scelta ha davvero fatto la differenza. La rielaborazione è il passaggio che rimette ordine: rende l’esperienza leggibile, quindi replicabile.
E no, non serve mezz’ora di “analisi finale”. A volte bastano cinque minuti ben fatti: quel piccolo tempo di decantazione in cui ricostruiamo i fatti, cerchiamo il senso e decidiamo un passo concreto per domani.
Perché l’esperienza accade ma l’apprendimento si costruisce.
Il formatore non rielabora al posto tuo
Rielaborare non significa “spiegare meglio”, riassumere, tirare le conclusioni. Rielaborare significa una cosa semplice e difficile: dare valore nuovo a un vissuto. È un’azione personale. Proprio perché è qualcosa di intimo, il formatore non può farla al posto dei partecipanti: può però fare una cosa decisiva, che è già tantissimo. Può accendere ed evocare processi di rielaborazione attraverso la restituzione dei vissuti ai formandi. Come? Ponendo domande buone, creando un clima in cui le persone non si sentono sotto processo, ma dentro un lavoro serio.
Debriefing: entrare nel gioco, uscire dal gioco
Se vuoi un’immagine semplice, prendiamola in prestito dal mondo militare: il briefing è la riunione breve prima della missione, per dare ordini e orientare l’azione. Il debriefing nasce come rapporto dopo la missione, per chiudere il cerchio. E ha una domanda in più rispetto al “cosa è successo”: chiede che ripercussioni ha avuto e avrà su di te e sugli altri.
In campo formativo, il debriefing è proprio questo: il momento di rielaborazione di ciò che si vive come gruppo (il lavoro in un team aziendale, lo studio in una classe, una simulazione, un laboratorio). È il passaggio che trasforma l’energia dell’attività in significato condiviso.
“Un’altra vita”: la rielaborazione che non fa paura
La rielaborazione non è solo un passaggio tecnico. È anche emotiva. Perché guardarsi indietro significa esporsi: riconoscere errori, ammettere automatismi, rivedere convinzioni (“credevo di aver fatto bene…”). Per noi di AGO è un passaggio fondamentale, tanto da essere inserito all’interno del nostro metodo S.P.R.I.N.T. (che trovi nel nostro libro Il manuale dell’imperfetto incontro formativo). Cosa significa in pratica? Significa attivare i processi di rielaborazione facendo riflettere sull’attivazione che ha fatto entrare nel tema o lo ha fatto approfondire. Le esperienze “protette” (simulazioni, esercitazioni, giochi, attivazioni, film, immagini evocative…insomma tutto quello che è play) vanno proprio in questa direzione. Il gioco ti porta in “un’altra vita”: vivi un’esperienza che poi puoi rielaborare con meno difese, perché pur coinvolgendo tutta la persona non si incastra subito in passati pesanti o situazioni irrisolvibili. È come se il gioco, o per meglio dire il ludiforme, offrisse una piccola distanza di sicurezza: ti permette di guardarti senza vergognarti, di raccontarti senza giustificarti. E in quella distanza può nascere una rielaborazione autentica.
Apprendimento significativo: collegare, non accumulare
Favorire processi di rielaborazione diventa una presa di posizione culturale: la mente non è un magazzino in cui si accumulano nozioni; memorizzare non significa accumulare ma collegare. La conoscenza non è fatta solo di concetti, ma di relazioni. Visualizzare concetti e relazioni ne favorisce comprensione, memorizzazione e generalizzazione.
L’apprendimento significativo è fondato proprio sulla ricerca e sulla rielaborazione delle conoscenze. Nasce quando ciò che vivi o studi trova un posto dentro ciò che già sai. Quando il nuovo non resta “appoggiato sopra”, ma si integra: cambia la tua mappa, non solo il tuo vocabolario. È questo che rende una conoscenza utilizzabile in contesti diversi, cioè trasferibile.
La rielaborazione, in questo, è uno strumento essenziale perché fa tre operazioni che spesso diamo per scontate (e invece non lo sono):
- Trasforma il vissuto in concetto. Se non rielabori, resti con un’impressione (“mi è piaciuto/non mi è piaciuto”). Se rielabori, trovi parole più precise: “ho funzionato perché ho chiarito la consegna”, “mi sono incastrato perché ho saltato un passaggio”, “il punto critico è stato il cambio di priorità”. Quando riesci a nominare il meccanismo, smetti di dipendere dal caso.
- Fa emergere le relazioni. Un’esperienza, da sola, è piena di dettagli. La rielaborazione seleziona i pochi legami che contano: causa–effetto, scelta–conseguenza, criterio–decisione. È qui che nasce il “saper fare”: non perché ricordi tutto, ma perché riconosci il pattern.
- Produce regole d’azione, non morale. L’apprendimento significativo non finisce con “la prossima volta devo essere più bravo”. Finisce con una regola concreta (“prima chiarisco l’obiettivo”, “prima verifico i vincoli”, “prima ascolto e poi propongo”) e con un micro-passo che ti costringe a provarla. È così che la conoscenza diventa abitudine.
La differenza che cambia tutto
In fondo, la differenza sta tutta qui: senza rielaborazione, l’esperienza resta un ricordo più o meno vivido. Con la rielaborazione, diventa competenza condivisa. È il passaggio dall’episodio alla regola, dal “ci è andata bene” al “sappiamo cosa fare”, dal gesto isolato alla cultura di un gruppo.
E la cultura — nelle scuole come nelle imprese e nelle comunità — è ciò che resta quando le persone escono dall’aula, spengono il computer, chiudono la porta e continuano a scegliere bene.
Ecco perché è necessario proteggere la rielaborazione, perché è davvero lo strumento di cambiamento e di apprendimento che consegniamo ai nostri formandi. Con le indicazioni di utilizzo e la speranza che non resti “a prendere polvere”.
Quello che noi formatori dovremmo sempre chiederci è “quanto spazio reale stiamo dando al “dopo”?
