CINQUE PEZZI DEL DNA DEL FORMATORE

Dall’animazione alla gestione dell’aula: in quest’articolo Gigi Cotichella esplora i 5 pezzi di DNA fondamentali per ogni formatore. Qui scoprirai come trasformare la tua leadership, superare l’ego e gestire le sfide d’aula con uno stile unico e coinvolgente.

Cinque pezzi di DNA

Si può scrivere un articolo partendo da un libro? Certo. Si può fare una recensione oppure se ne parla per continuare a distanza la riflessione. Io vorrei fare un salto più lungo: prendere una cosa bellissima che ho letto e portarla dentro il mestiere del formatore.

Il libro è il B.U.O.N.I. di questo mese: “Non fare l’animatore (se non hai letto questo libro)” di Filippo Chiadò Puli. È un libro particolare, perché è un vero corso di animazione professionale, con tanto di sito di riferimento.

A un certo punto 51 Filippo parla di cinque pezzi di DNA da installare nel tuo sistema operativo se vuoi fare il salto di qualità. Sono le soft skill dell’animatore. Ma, mentre le leggevo, ho avuto una sensazione netta: stava parlando di noi, di chi fa formazione. E di un aspetto specifico che per noi è spesso decisivo: la gestione dell’aula. Ma proprio per questo è decisivo.

1. Leggere la stanza

Filippo parte da una scena che conosciamo tutti. L’animatore entra e parte a raffica con il suo programma: nessun ricalcolo, nessuno sguardo e tempo in mano perché la scaletta va finita. Il risultato? I bambini si annoiano, gli adulti si irritano. Il professionista, invece, prima di aprire bocca guarda.

Sembra banale. Eppure, tra colleghi lo vedo tantissimo: l’ansia della scaletta. L’ansia di portare a casa il feedback senza aver capito dove sono le persone in quel momento. È il cuore della nostra regola dei primi 15 minuti della formazione: prepararsi, agganciarsi, allinearsi. Saltare questo passaggio crea problemi che poi ti porti dietro per tutta la giornata. Come si fa? Prima di tutto bisogna volerlo. Prendersi cinque minuti. Guardare, sorridere, cercare.

Quando non trovo ganci immediati, a me aiuta il gioco di Agatha Christie. Si racconta che guardasse le persone sul pullman immaginandole come personaggi di un suo romanzo, anche quando il romanzo non c’era ancora. Che lavoro farà? Che libri legge? Com’è la sua famiglia? Con chi vive?

Possiamo sbagliare, certo. E cambiare idea dieci volte. Ma questo sguardo ci rende più vicini agli altri. E più acuti. È quello che a me piace chiamare “spiritualità dell’incontro”: se ne vuoi sapere di più, c’è un libro che ne parla.

2. Problem solving creativo

Il problem solving creativo parte da un’idea: qualcosa andrà storto. In formazione direi meglio così: qualcosa non andrà come l’avevi pensato. E a volte verrà persino meglio. La frase di Filippo che mi ha colpito di più è questa:

IL CLIENTE NON TI PAGA PERCHÉ VADA TUTTO LISCIO. TI PAGA PER GESTIRE IL CASINO.

Nella formazione vale doppio. Noi siamo pagati per attivare un cambiamento. E quando smuovi le cose, il casino arriva: a volte creativo, a volte sotto forma di reazione contraria. È lì che si misura la forza di una formazione, oltre che del problem setting e del problem solving del formatore o della formatrice.

Questa competenza nasce da un repertorio che si alimenta da solo. Dopo ogni incontro mi fermo e rielaboro: cosa è successo? Magari scopro che una volta andavo nel panico e oggi no. Senza essere diventato cinico, né facilone.

Filippo propone un esercizio che viene dal mondo manageriale: il pre-mortem. Post mortem è l’autopsia, l’analisi di quello che è già morto. Il pre-mortem fa l’autopsia prima: immagini che il progetto sia fallito e ti chiedi perché. Lo fai a mente fredda, quindi con più lucidità.

Per un animatore significa avere un piano B se piove sul giardino. Per un formatore le domande si complicano. E se i partecipanti non vogliono formarsi, perché il corso è obbligatorio? Se hanno appena litigato tra loro? Se ieri c’è stata una tensione sindacale? Pensarci prima allena le vie alternative. In fondo, il problem solving è questo. E allenarsi significa vincere la gara.

3. Leadership gentile

Per Filippo guidare un gruppo significa far venire voglia agli altri di seguirti, non obbligarli. Oggi lo chiamiamo anche followership.

Una delle chiavi è non avere paura dell’ascolto. Perché quando la situazione è pesante, l’ascolto diventa uno sfogatoio. E lì bisogna restare, essere presenti, come il genitore che tiene la fronte al figlio che sta male: non è piacevole, ma resta.

Pensa al bambino che cade. C’è un attimo sospeso, piango o non piango, in cui guarda il genitore. Dalla sua reazione capisce quanto spaventarsi. Se il dolore è vero piangerà lo stesso, ma il tipo di pianto dipende dalla sicurezza di chi ha davanti.

La leadership gentile è questa postura. Le persone reagiranno, e per certi versi meno male. Quello che farà la differenza sarà come sapremo stare nei momenti difficili, più impegnativi, ma anche, e spesso sottovalutato, nei momenti di “normalità”, quelli che altri sottovalutano: l’inizio, le pause, la fine, il fuori aula.

4. Gestione dell’ego

Qui, ahimè, tocchiamo un nervo scoperto. Più siamo efficaci, più rischiamo di diventare quelli che sanno tutto. E di godere quando le cose vanno bene.

«Ma godere di un’aula riuscita è sbagliato?» No, il problema è dove ci fermiamo nel godere. Per farti capire devi immaginare un palazzo. L’ego ci tiene al piano terra: l’applauso per me. Salendo trovi il primo piano, quello che noi a Torino chiamiamo piano nobile: lo stare bene insieme. Poi il secondo, il terzo, fino al superattico: il cambiamento positivo delle persone. Difficilmente lo vedi in un’ora d’aula, ma è la direzione.

Come dice Filippo, l’applauso vero non arriva quando ti dicono quanto sei bravo tu. Arriva quando dicono quanto sono stati bene i partecipanti. E per arrivarci devi aver lasciato il piano terra.

5. Resistenza: lo switch

L’ultimo pezzo unisce l’animatore, l’attore e il formatore. E quindi è il caso di dirlo: “Andiamo in scena!”.

Ora i miei colleghi salteranno su: «Io non sono un personaggio, sono un formatore!» Vero. Siamo noi stessi… ma con qualcosa di diverso, perché a meno di gravi patologie, non facciamo formazione come parliamo a casa nostra, almeno personalmente non parlo con mia moglie proiettando slide.

Ma magari quel giorno della formazione la voglia è minima. Hai litigato con qualcuno, hai chiuso una relazione, hai dormito male. E devi entrare in aula lo stesso.

Filippo parla di intelligenza emotiva: accettare un’emozione e parlarle. Dirle: «Adesso devo fare questa cosa, poi torno da te.» Mi piace moltissimo la sua scatola mentale in cui mettere i problemi per qualche ora, soprattutto perché sottolinea il riprenderli dopo. Non è censura. Quando un problema viene ascoltato, accetta anche di essere rinviato. È la famosa tecnica del cestino dei pensieri: hai una distrazione? Metti un problema dentro il cestino e torna a fare quello che devi. Il trucco? Funziona solo se dopo riprendi i problemi e li affronti.

Spesso, mentre lavoriamo, scopriamo di stare meglio. Ed è proprio lì che serve la serenità di tornare poi ai nostri problemi. Lui lo chiama switch on/off. Io mi fermerei sullo switch: l’interruttore che ti porta di là, e poi di nuovo di qua.

Formatore si nasce o si diventa?

Filippo chiude con una frase bellissima: il DNA non si compra su Amazon. Sembra dire che o ce l’hai o no. In realtà è più profondo e più al gusto di speranza. Le predisposizioni esistono, ma poi c’è “questo DNA” che è un sistema che, come scrive lui, si costruisce evento dopo evento, errore dopo errore. Non si compra su Amazon perché bisogna conquistarselo sul campo.

È un lavoro continuo su di sé: osare, rielaborare, fissare. E poi di nuovo. Non si tratta di fare ventottomila corsi, quanto piuttosto di cambiare davvero. Ed è questo che fa la differenza.

In conclusione

Arrivati alla fine del percorso mi accorgo di qualcosa che ho sempre pensato: la formazione va animata, così come ogni vera animazione deve essere profonda come una formazione.

Per questo una formazione animata non è fare un giochino, non è avere il tono alla Fiorello, non è fare una battuta ogni tre minuti. Una formazione animata è entrare in relazione con l’altro (ascolto e followership), saper affrontare i problemi del cambiamento (problem solving), è lavorare su di sé (ego e switch). L’animazione è la forza che usiamo per vivere queste dimensioni: non è un vestito da mettere addosso è il corpo dello stile formativo stesso.

È sostanza. È DNA. È sistema.

 

Gigi Cotichella

Foto di julien Tromeur su Unsplash