APPRENDERE AD APPRENDERE: IL LIFELONG LEARNING

In questo articolo Irene Raimondi ci spiega come il lifelong learning sia ormai indispensabile per affrontare i rapidi cambiamenti tecnologici e sociali. Superando la visione del semplice aggiornamento tecnico e produttivistico, viene sottolineata la necessità di un apprendimento continuo, profondo e accessibile. Per le aziende, la vera sfida diventa quindi creare ambienti di lavoro inclusivi e sicuri, capaci di trasformare l’esperienza quotidiana in sviluppo economico, umano e sociale.

Un modello che non basta più

Per molto tempo l’apprendimento è stato pensato come qualcosa di confinato a una fase precisa della vita: si studia durante l’infanzia e la giovinezza, si entra nel mondo del lavoro e, successivamente, si applicano conoscenze e competenze acquisite.

Oggi questo modello non è più sufficiente. La rapidità dei cambiamenti tecnologici, organizzativi e sociali ha reso evidente che apprendere non può più essere considerato un evento limitato nel tempo, ma un processo continuo che accompagna l’intero arco della vita.

È in questo contesto che si inserisce il concetto di lifelong learning, ovvero apprendimento permanente: una prospettiva che considera la formazione come una dimensione costante dell’esperienza umana e professionale.

Non si tratta semplicemente di aggiornarsi per mantenere la propria occupabilità, ma di sviluppare la capacità di interpretare il cambiamento, adattarsi a contesti complessi e continuare a costruire competenze, significati e relazioni nel tempo.

Perché il lifelong learning è diventato centrale

Negli ultimi anni il tema è diventato centrale nelle politiche europee e internazionali. UNESCO, OCSE e Unione Europea riconoscono il lifelong learning come uno degli elementi chiave per uno sviluppo sostenibile, inclusivo e competitivo.

Già la Strategia di Lisbona del 2000 individuava nella formazione permanente uno strumento fondamentale per creare crescita economica, coesione sociale e cittadinanza attiva. A distanza di oltre vent’anni, quella prospettiva appare ancora più attuale.

La ragione è evidente: il mondo del lavoro sta cambiando a una velocità senza precedenti. Secondo il World Economic Forum, nei prossimi anni una parte significativa delle competenze oggi richieste subirà profonde trasformazioni a causa della diffusione dell’intelligenza artificiale, dell’automazione e della digitalizzazione dei processi.

Parallelamente, molte aziende segnalano difficoltà nel reperire figure professionali adeguatamente preparate, non tanto per mancanza di titoli di studio, quanto per l’assenza di competenze trasversali, capacità di adattamento e apprendimento continuo.

In questo scenario, il lifelong learning smette di essere un’opzione “aggiuntiva” e diventa una condizione necessaria per la partecipazione sociale e professionale. Ma ridurre tutto a una semplice esigenza di aggiornamento tecnico sarebbe limitante.

Oltre l’aggiornamento tecnico

L’apprendimento permanente riguarda certamente le competenze professionali, ma coinvolge anche dimensioni più profonde: la capacità di leggere la complessità, collaborare con gli altri, affrontare problemi nuovi, riflettere criticamente sulle proprie esperienze e continuare a dare senso al proprio percorso personale e lavorativo.

Nei contesti organizzativi, il fine della formazione non coincide più soltanto con la trasmissione di procedure o informazioni, ma con la possibilità di sviluppare autonomia, iniziativa, problem solving e capacità riflessive.

Questa visione amplia profondamente il modo di intendere la formazione nelle organizzazioni. Se in passato il lavoratore veniva spesso considerato come esecutore di compiti standardizzati, oggi le imprese chiedono sempre più capacità cognitive, relazionali e creative.

Le attività ripetitive vengono progressivamente automatizzate, mentre acquistano valore competenze come la collaborazione, la flessibilità, la gestione dell’incertezza e l’innovazione.

Come cambia la formazione nelle aziende

Di conseguenza, anche la formazione aziendale è chiamata a trasformarsi. Non basta più proporre corsi occasionali o interventi standardizzati.

Le organizzazioni che riescono realmente a promuovere apprendimento continuo sono quelle che costruiscono contesti nei quali le persone possano sperimentare, confrontarsi, riflettere, condividere conoscenze e apprendere dall’esperienza.

Questo richiede un cambiamento culturale prima ancora che metodologico.

Anche il ruolo dei formatori e dei professionisti HR cambia profondamente. Sempre più spesso non sono chiamati soltanto a “trasmettere contenuti”, ma a facilitare processi di apprendimento, sostenere motivazione e consapevolezza, aiutare le persone a leggere la propria esperienza e a trasformarla in competenza.

In questa prospettiva, la formazione non coincide più esclusivamente con l’aula, ma si diffonde nei processi organizzativi, nelle pratiche di lavoro e nelle relazioni professionali.

Il rischio di una visione riduttiva

Una delle criticità più evidenti è che il lifelong learning rischia talvolta di essere interpretato esclusivamente in chiave produttivistica: aggiornarsi per restare competitivi, apprendere per non essere sostituiti, formarsi per rispondere più velocemente alle richieste del mercato.

In questa prospettiva, la responsabilità dell’adattamento viene spesso scaricata interamente sul singolo individuo.

Il rischio è duplice. Da un lato si genera pressione continua, trasformando l’apprendimento in un obbligo permanente. Dall’altro si ignorano le disuguaglianze reali nell’accesso alle opportunità formative.

Non tutte le persone dispongono dello stesso tempo, delle stesse risorse o dello stesso supporto per investire nella propria formazione. In Italia, ad esempio, le piccole imprese – che rappresentano gran parte del tessuto produttivo – sono spesso quelle che investono meno nella formazione continua, sia per vincoli economici sia per difficoltà organizzative e culturali.

Creare una vera cultura dell’apprendimento

Per questo motivo, promuovere davvero una cultura del lifelong learning significa andare oltre la semplice offerta di corsi.

Significa creare ambienti nei quali apprendere sia possibile e sostenibile. Significa valorizzare le competenze maturate nell’esperienza quotidiana, favorire il confronto tra colleghi, riconoscere l’errore come occasione di crescita e costruire spazi di sicurezza psicologica in cui le persone possano esprimere dubbi, sperimentare e mettersi in gioco senza paura di essere giudicate.

Un altro elemento centrale riguarda il valore dell’apprendere ad apprendere. In un contesto in cui le conoscenze diventano rapidamente obsolete, la competenza più importante potrebbe non essere tanto ciò che sappiamo oggi, quanto la capacità di continuare a imparare nel tempo.

Curiosità, riflessività, adattabilità e pensiero critico diventano quindi competenze strategiche tanto per le persone quanto per le organizzazioni.

Lifelong, lifewide e lifedeep learning

Il lifelong learning significa riconoscere che si apprende ovunque. Non soltanto nei contesti formali come scuole, università o corsi di formazione, ma anche nel lavoro quotidiano, nelle relazioni professionali, nelle comunità, nelle esperienze personali e perfino negli errori.

Accanto alla dimensione “lifelong”, legata al tempo, si affianca infatti quella “lifewide”, che valorizza l’apprendimento nei diversi contesti di vita.

Una riunione complessa, un conflitto gestito in team, il confronto con colleghi di culture differenti, un cambiamento organizzativo o la partecipazione a una comunità professionale possono diventare occasioni di apprendimento tanto quanto un’aula formativa.

In questa prospettiva, la formazione non coincide più esclusivamente con momenti strutturati, ma si diffonde nell’esperienza concreta delle persone.

A questa si aggiunge la prospettiva del “lifedeep learning”, che richiama un apprendimento più profondo, legato alla costruzione dell’identità personale, dei valori e della capacità di attribuire significato all’esperienza.

Non riguarda soltanto ciò che sappiamo fare, ma anche il modo in cui interpretiamo ciò che viviamo, prendiamo decisioni, costruiamo relazioni e sviluppiamo consapevolezza rispetto a noi stessi e agli altri.

È una dimensione meno immediatamente misurabile, ma sempre più centrale nei contesti organizzativi contemporanei. In essi, infatti, alle persone viene richiesto non solo di essere competenti, ma anche capaci di orientarsi nella complessità.

Una sfida per persone e organizzazioni

L’apprendere da adulti non riguarda soltanto il lavoro. Riguarda il modo in cui scegliamo di stare dentro una società complessa e in continuo cambiamento.

Riguarda la possibilità di continuare a crescere, comprendere, partecipare e costruire significato lungo tutto l’arco della vita.

Per le imprese questo rappresenta una sfida decisiva. Le organizzazioni che sapranno investire realmente in culture dell’apprendimento diffuse, accessibili e inclusive avranno probabilmente maggiore capacità di innovare, adattarsi e trattenere valore umano.

Ma soprattutto contribuiranno a costruire contesti lavorativi più consapevoli, sostenibili e capaci di generare sviluppo non soltanto economico, ma anche umano e sociale.

 

Irene Raimondi

Foto di Priscilla Du Preez 🇨🇦 su Unsplash