In questo articolo Simone Guida ci parla dei rischi dell’overwork e della sua origine. Quanto può essere davvero un pericolo nella nostra vita quotidiana? L’essere costantemente stanchi e indaffarati è davvero segno di buona produttività e felicità?
La nuova cultura del lavoro
Nella società in cui viviamo – veloce, connessa, competitiva – lavorare tanto non è solo un dovere: è diventato un modo per sentirsi utili, importanti, “adeguati”. Non parliamo semplicemente di orari lunghi, ma di un sistema culturale che ci spinge a dimostrare continuamente quanto siamo impegnati, produttivi, instancabili.
Il lavoro, così, non è solo lavoro: è un modo per costruire la nostra immagine agli occhi degli altri. Ma questo prezzo lo paghiamo spesso con il nostro tempo, il nostro equilibrio e, alla lunga, il nostro benessere.
Non è solo consumare: è essere visti
Negli ultimi decenni il consumismo ha cambiato profondamente il nostro modo di percepire il successo e la felicità. Comprare non significa solo avere qualcosa in più: significa sentirsi parte di un gruppo, dimostrare di “essere arrivati”.
La pubblicità, i social e il confronto continuo con la vita degli altri ci spingono verso un desiderio costante di “di più”: più oggetti, più esperienze, più risultati.
Non è un caso che tutto questo sia cresciuto in parallelo con una nuova idea di lavoro: non più solo fonte di reddito, ma strumento per mostrare agli altri che valiamo. In questo contesto, il rischio è che la nostra identità si misuri sempre più su ciò che facciamo e sempre meno su ciò che siamo.
Il lavoro che diventa esibizione
La cultura dell’overwork non riguarda solo il fatto di lavorare troppo. Riguarda il modo in cui lo raccontiamo. Oggi essere occupati è percepito come un segno di successo: “sono pieno di cose da fare”, “non ho un minuto libero”, “sto lavorando a mille progetti”.
Questa abitudine ha anche un nome: busy bragging, il vantarsi di quanto si è indaffarati. Una sorta di “medaglia al valore” da esibire sui social o nelle conversazioni.
Accanto a questo fenomeno c’è il workaholism performativo, cioè il mostrare quanto si lavora per ottenere approvazione, più che per reale necessità. Pubblicare le ore piccole davanti al computer, rispondere alle mail nel weekend, esibire stanchezza come fosse un trofeo.
Tutto ciò può avere conseguenze reali: meno tempo libero, rapporti trascurati, stanchezza cronica. E soprattutto la sensazione di dover sempre dimostrare qualcosa, senza mai potersi fermare davvero.
Felicità o apparire felici?
Il problema di fondo è che, in questo circolo di lavoro e consumo, la felicità non sembra più qualcosa da vivere, ma qualcosa da mostrare. I social accentuano tutto: non solo condividiamo ciò che facciamo, ma spesso viviamo le cose pensando già a come appariranno agli occhi degli altri.
Il risultato?
La nostra soddisfazione rischia di dipendere più dai “like” o dai commenti che da ciò che proviamo davvero. Sentirci approvati diventa una necessità, e il confronto continuo alimenta un ciclo infinito di autocritica e insoddisfazione. È come inseguire un’immagine, più che un’emozione. E quando la felicità diventa una performance, si svuota.
Ritrovare il proprio centro
Non si tratta di demonizzare il lavoro o il desiderio di migliorarsi. Il problema nasce quando tutto questo diventa un obbligo invisibile, che ci allontana da ciò che ci fa stare bene. Servirebbe, invece, un equilibrio diverso: lavorare per crescere, non per dimostrare; comprare ciò che serve davvero, non ciò che ci fa apparire migliori; vivere esperienze per goderle, non per condividerle. Significa spostare lo sguardo: non più quello degli altri, ma il nostro.
Il ruolo dei contesti e delle persone che guidano
Le aziende e i leader hanno una responsabilità importante: creare ambienti in cui le persone non si sentano costrette a “performare” continuamente. Non basta chiedere produttività: serve ascolto, chiarezza, rispetto del tempo di tutti. Un buon leader oggi è qualcuno che sa dare valore al lavoro senza trasformarlo in una gara. Qualcuno che rende possibile parlare di fatica, sbagli, incertezze. Che non chiede dedizione cieca, ma equilibrio e senso. Perché se è vero che il lavoro può dare soddisfazione, è altrettanto vero che non deve diventare l’unico metro per misurare chi siamo.
Perché tutto questo importa davvero
Perché vivere per apparire – attraverso ciò che compriamo o quanto lavoriamo – rischia di farci perdere il contatto con ciò che conta davvero. Le persone che cadono nella spirale dell’overwork spesso si ritrovano svuotate: lavorano tanto, ottengono risultati, ma non provano la soddisfazione che si aspettavano. È come correre senza mai arrivare. Ripensare al nostro rapporto con il lavoro e con il confronto sociale non è un lusso: è una necessità per costruire una vita più autentica e sostenibile. Alla fine, la domanda che dovremmo farci non è “come mi vedono?”, ma “come sto davvero?”.
E forse è proprio da qui che ricomincia la felicità: da uno sguardo che torna a essere nostro.
Per approfondire maggiormente l’argomento: Overwork as a device of socially mediated self-determination: the pursuit of happiness in the gaze of the other.
Foto di Vitaly Gariev su Unsplash
