In un mondo dominato dalla frenesia, dove ogni cosa accelera, si moltiplica e si consuma con estrema rapidità, Anna Desanso ci invita a una riflessione profonda: il tempo trascorso accanto ai ragazzi non è solo un impegno, ma diventa uno dei gesti più rivoluzionari e fecondi che un adulto possa compiere oggi.
Tempo di rivoluzione
In un’epoca in cui tutto accelera, si moltiplica e si consuma, il tempo speso accanto ai ragazzi diventa uno dei gesti più rivoluzionari e fecondi che un adulto possa compiere. È tempo che forma, che cura, che accompagna. Donare il proprio tempo diventa un’urgenza educativa, perché in mezzo alla ricerca di strumenti sempre più innovativi dobbiamo fare un passo indietro e riscoprire la forza dello stare accanto.
L’adolescenza oggi non è semplicemente una fase di crescita, è un territorio complesso, fluido, anticipato nelle sue soglie e prolungato nelle sue fatiche. I ragazzi vivono immersi in un mondo in cui il corpo e il cuore chiedono di essere ascoltati, spesso gli adulti sono sordi a questo appello, il loro diventa un grido muto inghiottito dalla velocità del nostro vivere.
Riscoprire il valore del tempo
Gli adolescenti non ricordano discorsi, progetti o grandi strategie educative, ma registrano volti e presenze. Papa Francesco parlava dell’apostolato dell’orecchio. Quante volte come adulti abbiamo prestato il nostro ascolto a storie, aneddoti e narrazioni che ci sembravano irrilevanti e banali, per renderci conto solo dopo che quello sforzo aveva prodotto nel nostro interlocutore un senso di vicinanza e comprensione. Come adulti spesso si compie l’errore di banalizzare ciò che l’adolescente vive, di minimizzare il sentire perché abbiamo rimosso dalla scatola dei ricordi come si vive quel periodo di tempesta ormonale. Se si facesse un flashback ci si accorgerebbe che la storia personale di ciascuno è costellata di mani che hanno sorretto il peso delle nostre fatiche in passaggi stretti, figure di riferimento che sono state un’ancora in mezzo alla bufera.
Quando un ragazzo percepisce che un adulto gli dedica tempo vero – non un tempo incastrato o “di servizio”, ma un tempo abitato – sente di avere valore. Esserci diventa la vera sfida di quest’epoca, in cui viene chiesto alle figure educative di esercitare una paternità e una maternità diffusa.
Invertire la rotta
I ragazzi vivono in accelerazione per non rimanere indietro, sono chiamati ad essere pronti a rispondere in tempi sempre più brevi ai continui stimoli del digitale, finendo per correre un’infinita gara verso la miglior prestazione di sempre.
In questa disperata battaglia contro il dio Cronos, la vera oasi che ricercano è quella di qualcuno che rallenti la loro corsa. È necessario un tempo che faccia spazio, che doni respiro e leggerezza. Il motto da adottare dovrebbe essere “less is more”, infatti è complesso nell’epoca attuale decurtare, tagliare e sfrondare, perché significa resistere e non cadere in pasto alla voragine del fare senza sosta.
Nello spazio nasce la profondità e matura la possibilità di imparare a leggere ciò che si vive, si allena la capacità di ascoltare le emozioni e così le esperienze non sono solo una collezione di medaglie al valore, ma nuove consapevolezze e orizzonti da esplorare.
Il corpo come terreno d’incontro
Per un adolescente il corpo è tutto: strumento, confine, mistero, linguaggio. Il tempo condiviso vede il coinvolgimento del ragazzo nella sua totalità, ciò che vive sulla pelle lascia traccia e diventa scrigno per il futuro.
I gesti concreti sono la breccia, perché le esperienze semplici, quasi elementari, permettono di vivere la fatica e la soddisfazione di raggiungere traguardi attraverso l’opera delle proprie mani. Viviamo un altissimo analfabetismo di concretezza che frammenta l’unità interiore dei ragazzi. In quest’ottica cucinare insieme, organizzare una gita fuori porta, camminare, fare sport, progettare un piccolo torneo o evento per i più piccoli diventa una strada per sedimentare ciò che stanno vivendo in questa fase di vita e permette di interrogarsi sulle opportunità e sfide che dischiude la scelta di mettersi in gioco.
L’esempio di Caritas Academy
Caritas Academy è un progetto a cui sono particolarmente legata, perché ho il privilegio di coordinarlo e di accompagnare da vicino gli studenti in questa esperienza formativa unica. La nostra scuola, ormai da due anni, ha scelto convintamente di proporre e investire in questo tipo di percorso, riconoscendone il valore educativo e umano. Pensata per le eccellenze delle classi terze e quarte, l’iniziativa offre una FSL (ex PCTO) diversa dal consueto, basato sul volontariato e sull’immersione nei servizi Caritas di Verona. Per molti studenti si tratta della prima vera esperienza di incontro con il mondo del sociale e della fragilità: un’occasione preziosa, soprattutto per chi non dispone di altri spazi o contesti in cui vivere situazioni comunitarie intense, semplici e fondative, che richiamano l’essenzialità delle proposte oratoriali.
Durante la settimana, i ragazzi sperimentano la condivisone quotidiana di spazi e tempo, si confrontano con la vulnerabilità altrui e scoprono da vicino la ricchezza del terzo settore. Osservarli mentre, giorno dopo giorno, maturano consapevolezza, empatia e capacità relazionali è uno degli aspetti più significativi del progetto. Questa esperienza, che arricchisce profondamente il loro percorso scolastico e umano, dimostra quanto sia importante offrire ai giovani occasioni concrete per mettersi in gioco, conoscere la complessità del reale e crescere come cittadini responsabili e consapevoli.
Abbiamo osservato che tornano a scuola con uno sguardo diverso, più maturo, e spesso anche le dinamiche di classe cambiano: cresce il senso di responsabilità, diminuiscono le rigidità, aumentano la capacità di ascoltare e di sostenersi.
Il tempo diventa cura per gli adulti
Stare accanto ai ragazzi non trasforma solo loro, trasforma anche noi adulti. La relazione autentica con le nuove generazioni ci obbliga a mettere da parte frasi fatte, rigidità e paure accumulate, chiedendoci di diventare più veri, più aperti, più capaci di ascolto. Quando ci concediamo di abitare la loro presenza senza timore, scopriamo che la nostra vita torna a muoversi, a interrogarsi, a respirare. È un circuito virtuoso in cui adulti nutriti possono accompagnare giovani che, a loro volta, rigenerano la comunità.
Per questo è necessario scendere da cattedre e pulpiti e riconoscere che il futuro sarà bello solo se le generazioni torneranno a parlarsi. I ragazzi ci ricordano che il mondo richiede responsabilità, rispetto e nuove forme di relazione; non vanno guidati perché siamo “più bravi”, ma perché possiamo condividere una sapienza che viene dall’esperienza, mentre loro offrono la freschezza e la lucidità del loro sguardo. L’unica via per camminare insieme, analogici e digitali, è offrire alternative di bellezza: adulti che hanno qualcosa da dare, ma anche spazio per accogliere e imparare, restituendo dignità a chi è più giovane e costruendo insieme modi nuovi e più veri di stare nella realtà.
Il tempo che risuscita
Le pagine del Vangelo ci ricordano che la vita si riaccende quando qualcuno decide di avvicinarsi. È il gesto che Gesù compie davanti alla figlia di Giairo e al giovane di Nain. Non parla, non spiega, non giudica. Si fa vicino. Tocca. Rialza. È un’immagine potente e attualissima di ciò che il nostro tempo può fare quando viene donato con autenticità: risvegliare ciò che sembrava assopito, riaccendere desideri, rimettere in moto esistenze che avevano bisogno solo di uno sguardo per tornare a respirare.
Non si tratta solo di teoria, esistono già esperienze che mostrano un’inversione di marcia possibile: i reading party nei parchi, dove ragazzi e adulti leggono insieme all’aria aperta; le fondazioni che promuovono momenti di silenzio collettivo; le iniziative di digital detox vissute come pratiche comunitarie. Tutte esperienze che restituiscono il valore del tempo condiviso e che mostrano quanto i giovani siano in realtà più pronti degli adulti a cogliere la bellezza di una presenza vera.
Il tempo come atto generativo
Non servono soluzioni miracolose per accompagnare gli adolescenti, serve la scelta quotidiana, semplice e rivoluzionaria di esserci. La cosa più preziosa che possiamo offrire non è un progetto in più o un’attività più moderna, ma la nostra presenza che ascolta, accoglie e accompagna senza invadere. Per questo il tempo dedicato ai ragazzi non è mai tempo perso ma seminato. La semina è fatta di gesti fedeli, di vicinanza autentica e capacità di restare. Solo questo rimane e lo vediamo nelle relazioni che maturano, nella fiducia che cresce, nella vita che torna a rialzarsi. Resta soprattutto nella consapevolezza che ogni giovane ha bisogno di adulti capaci di avvicinarsi, proprio come fa Gesù, e di credere nel potere trasformante del tempo condiviso. Qui si gioca la possibilità di una comunità davvero generativa: adulti nutriti, ragazzi accompagnati, una realtà che rinasce.
Foto di Mike Scheid su Unsplash
