In questo articolo, Elisabetta Pia esplora il comportamento umano attraverso la teoria dei Sistemi Motivazionali Interpersonali (SMI) di Liotti. Ci mostra come molte delle nostre reazioni relazionali, spesso scambiate per tratti caratteriali, siano in realtà automatismi e schemi adattivi appresi nel corso della nostra storia passata per proteggerci. Riconoscere questi meccanismi permette di sospendere il giudizio e, modificando il proprio modo di stare nella relazione, scardinare i vecchi copioni ripetitivi.
Oltre il carattere: l’automatismo delle nostre reazioni
Ci sono persone che chiedono scusa continuamente, anche quando non hanno fatto nulla. Persone che vivono ogni critica come una conferma di non essere abbastanza. Persone che si sentono escluse molto in fretta, oppure che hanno bisogno di controllare tutto per stare tranquille.
Spesso diciamo:
“È il suo carattere.”
Ma davvero è solo carattere?
Nella pratica clinica — ma anche nelle relazioni quotidiane e nei contesti lavorativi — ci accorgiamo che molte delle nostre reazioni sono molto più automatiche di quanto pensiamo. Non nascono “dal nulla”: spesso sono modalità che abbiamo imparato nel tempo per stare dentro alle relazioni.
La teoria dei Sistemi Motivazionali Interpersonali (SMI)
La teoria dei Sistemi Motivazionali Interpersonali (SMI), sviluppata da Liotti, prova a spiegare proprio questo. Secondo questo modello, dentro ciascuno di noi esistono sistemi innati che guidano il modo in cui ci muoviamo nelle relazioni: cercare vicinanza, difenderci, collaborare, competere, sentirci parte di un gruppo.
Il punto importante è che questi sistemi non si attivano in modo razionale. Si attivano automaticamente. E la nostra storia relazionale insegna al cervello quando farlo e come farlo.
Se una persona è cresciuta sentendo di dover essere perfetta per essere amata, probabilmente da adulta vivrà molte relazioni cercando approvazione e temendo il giudizio. Se invece ha sperimentato rifiuto, instabilità o forte critica, potrebbe interpretare facilmente gli altri come minacciosi, anche quando magari non lo sono davvero.
Secondo la prospettiva cognitivo-comportamentale, queste esperienze costruiscono nel tempo schemi automatici: modi abituali di interpretare sé stessi, gli altri e il mondo. E spesso questi schemi continuano ad attivarsi anche quando non servirebbero più.
Come la nostra storia relazionale entra nelle relazioni di oggi: alcuni esempi
Pensiamo, ad esempio, al sistema di attaccamento: è il sistema che si attiva quando ci sentiamo vulnerabili, insicuri o emotivamente esposti.
Una mail più fredda del solito del proprio responsabile può bastare per far partire pensieri come:
“Ho sbagliato qualcosa.”
“Ce l’ha con me.”
“Sto deludendo tutti.”
Magari non è successo nulla. Ma il cervello ha letto quella situazione come una possibile minaccia relazionale.
Oppure pensiamo al sistema competitivo: quello che si attiva quando sentiamo di dover dimostrare valore.
Un collega viene premiato e immediatamente dentro si accende qualcosa:
“Allora io valgo meno.”
“Devo fare di più.”
“Non posso fermarmi.”
In molti contesti questo sistema resta costantemente acceso e alla lunga può trasformarsi in ansia da prestazione, ipercontrollo o burnout.
Esiste poi il sistema cooperativo, quello che permette davvero alle persone di lavorare insieme.
Quando ci sentiamo sufficientemente al sicuro nelle relazioni, smettiamo di difenderci continuamente e riusciamo a collaborare meglio, a pensare con più lucidità e a fidarci di più degli altri.
Anche il bisogno di appartenenza ha un peso enorme. Sentirsi esclusi, ignorati o non considerati attiva spesso vissuti molto profondi.
Per questo frasi come:
“Qui non conto niente.”
“Non mi ascoltano.”
“Mi sento fuori posto.”
Non sono semplicemente “lamentele”, ma raccontano spesso un’esperienza emotiva molto più ampia.
La cosa interessante è che raramente reagiamo solo al presente. Molto spesso reagiamo anche a ciò che quel momento ci ricorda, implicitamente, della nostra storia. E questo vale ovunque: nelle relazioni affettive, nei gruppi, nelle aziende, nelle équipe educative, nella scuola. Le persone non portano solo competenze o ruoli. Portano anche paure, bisogni, strategie di adattamento e modi di stare nelle relazioni imparati nel tempo.
Sospendere il giudizio: i comportamenti come strategie di protezione
Comprendere i Sistemi Motivazionali Interpersonali significa quindi osservare il comportamento umano in modo un po’ meno giudicante e un po’ più profondo. Perché dietro molte reazioni non c’è semplicemente un “modo di essere”, ma il tentativo (spesso automatico) di sentirsi al sicuro nelle relazioni. E questa consapevolezza cambia anche il modo in cui guardiamo gli altri.
Perché se una persona reagisce sempre attaccando, controllando, evitando, compiacendo o chiudendosi, forse non è “solo fatta così”.
Forse quel comportamento, in un altro pezzo della sua vita, è stato utile.
Forse le ha permesso di adattarsi, di proteggersi, di mantenere un legame o di sentirsi al sicuro.
Questo non significa giustificare tutto.
Ma significa provare a leggere il comportamento umano in modo meno superficiale.
Il potere delle piccole variazioni relazionali
Anche perché c’è una cosa importante: nelle relazioni non possiamo cambiare direttamente l’altro. Possiamo però chiederci che cosa stia succedendo dentro quella relazione e osservare anche il nostro modo di starci.
Spesso cerchiamo di modificare il comportamento dell’altro continuando però a muoverci sempre nello stesso modo. E inevitabilmente il copione si ripete. A volte invece piccoli cambiamenti relazionali producono movimenti inattesi: mettere un confine diverso, comunicare un bisogno in modo più chiaro, non rincorrere continuamente, non attaccare subito, non interpretare automaticamente il silenzio come rifiuto.
Quando cambia qualcosa nel modo in cui entriamo nella relazione, spesso cambia anche la risposta dell’altro. Non sempre, ma molto più spesso di quanto immaginiamo. Ed è forse questo uno degli aspetti più interessanti della psicologia relazionale: capire che le persone non sono semplicemente “giuste” o “sbagliate”, “forti” o “fragili”, ma esseri umani che hanno imparato, attraverso la propria storia, dei modi per stare al mondo e nelle relazioni.
Foto di Karan Mandre su Unsplash
